Gigi Magni  (regista)    Venezia 20.2.2000 - Roma 3.3.2003

                                 Intervista di  Gianfranco Gramola

Omaggio al regista scomparso domenica 27 ottobre 2013

Regista e scrittore di musical e film storici su Roma

         

                                                                                                                                     
Credo che tutti conoscano Gigi Magni, regista, scrittore e profondo conoscitore di cose romane. Nato a Roma il 21 marzo del 1928, Magni ha girato molti film sulla storia di Roma. Il primo fu Nell'anno del Signore ('69) con la coppia Sordi - Manfredi poi In nome dei Papa-re ('77), Arrivano i bersaglieri ('80), '0 re ('88), il televisivo Il generale ('86) e In nome del popolo sovrano ('90), film ambientato nella Roma repubblicana del 1849. Molto bella è la sua Tosca in versione romanesca. Per il teatro va ricordato I sette re di Roma da lui scritto e magistralmente interpretato da quel mostro di bravura ch'è Gigi Projetti. Come scrittore ha pubblicato due romanzi. Cecilio ('77) che racconta di un aspirante santo che "studia" da lebbroso per farsi benvolere dal Signore, e Nemici d'infanzia ('90) ambientato a Roma occupata dai nazisti, e che parla di un colpo di fulmine tra adolescenti. 

Ha detto:

- La Dolce Vita? Per i residenti non tanto Dolce Vita, che passavano la notte a rotolarsi sul letti  senza riuscire a prendere sonno, perché torturati dai rumori e dagli schiamazzi.

- Mi sento un  superstite in questa battaglia per salvare la romanità.

- Oggi la Capitale è lumacona, sudata, puzzolente e disperata ma conserva ancora tracce dell'antica civiltà.

- Dov'è finita Roma? E' stata fatta fuori. Ingoiata dalle macchine e dai motorini. I tetti? Una marea di antenne, tubi, lamiere, depuratori d'aria. Sembra Cape Canaveral.

- Una volta Alberto Sordi mi disse:" Tu quanno mori, ce voi annà in Paradiso?". Risposi:" E a me che me ne frega?": Mi guardò severamente e poi aggiunse:" Peggio per te!".

Curiosità

- Nel 2008 ha ricevuto il David di Donatello alla carriera per celebrare i suoi 80 anni e i 40 di attività come regista.

- E' sposato con la costumista veneziana Lucia Mirisola.

- Luigi Magni è considerato il re del cinema romano.

- Nel 2009 ha pubblicato per la casa editrice Marsilio “Lucina. L’indecente soprano nella Roma del papa Re”.

Intervista

Ho incontrato il regista romano a Venezia, nelle sua bella casa che s'affaccia sul Canal Grande e poi più avanti sotto casa sua, in via del Babuino a Roma. Ecco una sintesi della nostra chiacchierata su Roma.

In quale quartiere sei nato?

Beh, intanto non sono nato in un quartiere. Sai che Roma era di 14 rioni e i quartieri vennero dopo cioè con la costruzione della capitale, dopo il '70. lo sono nato a via Giulia, quindi nel rione Regola. Mia madre era di vicolo Savelli e mio padre di Porta Pia. lo sono molto legato a quella che una volta chiamavano Roma. Era quella... non c'erano altre Rome intorno.

Quando vuoi fare una passeggiata, che via o zona prediligi?

Guarda, adesso sto in via dei Babuino, quindi tra piazza dei Popolo e piazza di Spagna. Fare una passeggiata oggi a Roma è quasi un'impresa disperata, perché viviamo assediati dalle automobili. Le strade sono ridotte a sentieri impraticabili perché bisogna farsi strada tra una macchina ferma, una che sta in doppia fila, una che sta a spina, i motorini che quasi t'ammazzano. Le passeggiate a Roma sono nei ricordi del tempo passato.

C'è una Roma che ami ricordare con un po' di nostalgia?

Sai, io fondamentalmente non sono un nostalgico, anche perché credo che la nostalgia sia un sentimento reazionario. Semmai la memoria, la memoria è fondamentale, è importante conservare. Mi ricordo, sì, una Roma con una vita diversa. Era una Roma quasi di paese perché Roma era una città assediata dalla palude e confinante con la palude e con l'Agro, detto anche deserto ... era la campagna romana, molto simile anche geograficamente ad una savana. E quindi una città chiusa in sé, una città popolata di fantasmi e di ruderi. lo sono nato in una Roma che ancora aveva un milione di abitanti. Nell'ultimo censimento dei '38 eravamo un milione compreso i contorni, come si chiamavano all'epoca, non dintorni. Insomma una vita, appunto, chiusa nei rioni e quartieri. C'era gente che viveva a Ponte e non era mai andata a Prati. Quando uno cambiava casa e si trasferiva appunto nei quartieri perché sentiva l'esigenza dell'ascensore, dei termosifone e di queste cosiddette comodità moderne, si diceva a Roma: "Ma 'ndo vai ad abità ? - Uh, a' lo sprofonno!" Lo sprofondo era una località che indicava tutto ... si diceva anche " a casa del diavolo" perché voleva dire un posto lontanissimo. Oggi ci si va a piedi ma una volta era così, era una vita chiusa in quattro strade... non si andava molto lontano.

Ma a Roma si fa cultura?

No! No, anche perché la cultura non si fa per decreto legge, non si fa per iniziative di assessori. La cultura fondamentale della città ormai è solo ed esclusivamente quella politica. Da quando Roma è diventata Capitale, è diventata il centro del potere. Quindi Roma è un centro di affari più o meno sporchi, più o meno puliti, legati alla politica. Roma è stata amministrata pessimamente soprattutto in questi ultimi 50 anni (non che prima sia stata amministrata meglio). Tra sindaci governatori della città, dall'Unità ad oggi, a parte quando c'era il Senato di pontificia memoria, abbiamo solo il ricordo di Ernesto Nathan, che è stato l'unico sindaco degno di memoria. 

Qual'è il tuo poeta romanesco preferito?

Fra quelli contemporanei Mario Dell’Arco e tra quelli “de ‘na vorta” chiaramente Giuseppe Gioacchino Belli. Non vado pazzo per Trilussa e Pascarella. I nostri tre poeti possono essere anche geograficamente collocati a Roma. Belli è Trastevere, Pascarella è piazza di Spagna e caffè Greco, mentre Trilussa è piazza Montecitorio, pur essendo nato in via del Babuino. Però sono tre Rome diverse, anche se poi tra Pascarella e Trilussa c’è una breve differenza, perché il primo muore  nel ’40 e il secondo nel ‘50. Però c’è una certa differenza. Comunque il mio cuore barocco è sempre verso il Belli.

E' vero che hai degli oggetti originali di Pascarella?

Si! A casa ho un asinello disegnato da lui, con gli auguri di “Buona Pasqua” non so a chi, fatto su un  cartoncino dell’Accademia d’Italia, perché allora era accademico. Poi ho la ricevuta autografa di Pascarella di un anticipo di 200 lire per la pubblicazione di un libro che lui lasciava all’editore e firmava Pascarella facendo il pupazzetto. Poi ho una terza cosa che mi regalò un amico per il mio compleanno, che è un bigliettino che scriveva Pascarella a Leonetta Pieraccini (pittrice), che era la mamma di questo mio amico e che si scusava per non poter andare a pranzo da lei e diceva:”Verrò un’altra volta” e in fondo il solito asinello come firma. Ecco, questo souvenir li tengo in cornice.   

Pregi e difetti dei romani superstiti?

Difetti molti, tanti ... l'unico pregio è quello che in genere viene frainteso e viene considerato un atteggiamento di distacco e cioè il famoso menefreghismo. E' sempre male interpretato. Non è disinteresse, ma consapevolezza che è successo tutto e questo lo disse con una frase molto semplice Fiorenzo Fiorentini un giorno, " Noi nun è che semo qualunquisti, noi sapemo sempre come va a finì." Il che è un'altra cosa, cioè consapevolezza forse di 27 secoli che sono passati tra le rive di questa pozzanghera che è il Tevere.



Cosa ti fa amare così tanto Roma?

Niente, non lo so! Neanche per il fatto di esserci nato. lo racconto spesso l'aneddoto di Tornwaldsen, scultore danese, che amava dire: "lo sono nato il giorno che sono arrivato a Roma, prima non esistevo". E lo scultore festeggiava il suo compleanno non il giorno in cui era nato ma dal giorno che era arrivato a Roma. Roma è stata amata da persone di tanti paesi diversi. Qui si incontrano dei personaggi stranissimi che stanno ringabbiati, come troviamo dei romani, nati a Roma, che vivono nel più assoluto disinteresse e potrebbero benissimo vivere a Berlino o a Singapore che sarebbe la stessa cosa. Roma è un sentimento, crede di avertelo già detto prima. O ce l'hai o non ce l'hai. Non è neanche la suggestione storica del passato, perché allora diventa tutto retorico. E' un posto dove è bello stare, dove uno pensa che è bello vivere e che è bello esserci sepolti.

Hai avuto dei rapporti di lavoro con Anna Magnani?

Di lavoro, no. Di amicizia, si. Mi ricordo che Anna Magnani era già stanca e ammalata quando la conobbi. Meditammo di fare un film che poi non facemmo mai. A lei piaceva molto fare delle lunghe passeggiate per Roma con me. Io andavo a prenderla a casa sua. Allora abitava a piazza del Gesù, e poi andavamo sul Campidoglio, ai Fori, e io gli raccontavo un po’ di storia e qualche aneddoto legato ai vari monumenti. Ho un bel ricordo di quelle lunghe passeggiate, di quei pomeriggi primaverili romani e ho anche un bel ricordo di questa donna che era sicuramente non facile. Bisognava capirla… allora je se voleva bene.

In quale periodo della storia romana ti sarebbe piaciuto vivere?

Mi piacerebbe essere un contemporaneo e vivere in una città che certamente non è questa. La città è completamente snaturata e non appartiene più a nulla. Noi siamo gli unici superstiti, anche per civetteria di tradizione, di famiglia, ma anche non necessariamente di famiglia, perché l’essere romano non è un fatto anagrafico, ma un fatto di sentimento. E noi siamo ridotti appunto ad una specie di minoranza etnica. Siamo pochi perché dall’Unità in poi, Roma è diventata una città italiana.

Tu hai girato tanti film sulla storia romana. Nei tuoi progetti c’è qualche altro film su Roma?

Ma sai, Gianfranco, i miei progetti futuri sono legati tutti ad una situazione particolare del cinema che non è mai stata. E’ certamente il momento peggiore. Si dice in genere che il cinema è sempre stato in crisi… stavolta no. Stavolta non solo è vera la crisi, ma sentiamo quasi non solo il pericolo, ma la triste consapevolezza che il cinema ha perso ogni interesse e quindi la possibilità di essere sostenuto e soprattutto difeso  dall’invasione del cinema americano. Il cambiamento della società italiana per certi modelli, certi tipi di racconti non interessano più. In poche parole non basta avere delle idee o avere dei progetti. E’ la possibilità di realizzarli che si fa sempre più difficile.

C'è un monumento che se potessi butteresti giù molto volentieri?

Ma io dico che se uno vuole assumere un atteggiamento non dico neroniano ma di bonificatore, sicuramente ci sarebbero tantissime cose da buttare giù. Tutti gli abusivi della via Appia, per esempio. Quando mai si farà questo famoso parco, che se ne parla da una vita, che va da piazza Venezia a Cecilia Metella. Lì c'è da distruggere molto a cominciare dalla via dell'Impero che è una delle cose più assurde e più lunare che sia stata fatta, solo per l'isolamento del Colosseo e l'unione ideale tra il Colosseo e palazzo Venezia dove c'era quello lì che pensava per tutti e aveva sempre ragione. Anche perché l'arteria di quella via ha coperto i Fori che sono rimasti uno di qua e uno di là. I romani costruivano i Fori uno attaccato all'altro. Ora con questa via abbiamo il Foro di Cesare da una parte e quello di Augusto dall'altro lato della strada. Voglio dire che sarebbe ora di dare dignità archeologica a tutta questa zona. Voglio anche aggiungere che tutti questi manufatti che sono poi il frutto di operazioni scellerate, di speculazioni forsennate, che sono state fatte in questi 50 anni, dovrebbero essere demoliti.

Tempo fa si parlava di eliminare il mercatino domenicale di Porta Portese. Qual è il tuo parere, Gigi? 

Non mi pare che sia una cosa da eliminare, perché è un mercato popolare, è un mercato di cianfrusaglie, un mercato delle pulci come esiste anche a Parigi. Non vedo in che possa disturbare. Ci sono altre cose da eliminare a Roma, che sono moltissime e che non hanno niente a che fare con la tradizione e la cultura della città e quindi potrebbero benissimo essere eliminate. Quella di Porta Portese mi sembra un’assurdità, non ha senso.

Gigi, se il governo avesse sede a Milano, Roma verrebbe più amata?

Ma Roma è detestata non in quanto Roma, in quanto Colosseo o in quanto cittadini romani inconsapevoli, ma è detestata proprio perché è il centro dei potere. In quanto è detestabile il potere centrale, il potere che opprime peggio che fosse una tirannide perché lo è stata. Questa democrazia mutilata ha avuto molte più caratteristiche tiranniche che democratiche. E' detestata proprio perché rappresenta il potere, il potere che però è italiano, perché a Roma i Ministeri, i Parlamenti, i Senati sono stati fatti dagli italiani non dai romani. Se la Capitale fosse rimasta a Firenze o fosse andata a Napoli o fosse stata portata lì dove si parlava di Capitale Morale e che poi abbiamo scoperto che era anche immorale, sarebbero detestati i napoletani; i fiorentini, i milanesi, come rappresentanti del potere centrale. Ma non è un discorso limitato a noi altri poveri romani che non c'entriamo per niente.

Il critico d’arte Federico Zeri ha detto che Roma è più bella vederla sui libri. Sei d’accordo?

Beh, si, se uno la intende in modo consolatorio. Ci sono anche delle belle fotografie. Alinari ha tutta una Galleria di “Roma com’era”. Però non si può prescindere dal fatto reale, concreto di quello che è Roma, soprattutto in questi ultimi 50 anni che ha visto nascere intorno a sé un’altra città, un’altra Roma. La capitale è circondata da una sterminata Buenos Aires, perché non è Roma, non gli assomiglia nemmeno. Tu vai, appena esci prendo il raccordo anulare e prendi una qualunque strada e guardati in giro. Tutta Roma con queste costruzioni assurde, questi insediamenti, questi grandi quartieri cosiddetti “dormitorio”, che però è Roma. E’ quella che ci ha portato a quei 3 milioni e passa che siamo. Il problema è che ormai quella Roma esiste e non si può far saltare con la dinamite. L’operazione da fare è bonificare quella Roma che ho appena descritto, cioè far diventare Roma tutto quello che Roma non è. Questo è il punto e questo è un dato di fatto. Se non si fa questo, vuol dire che le vogliamo sempre male a Roma. E’ inutile poi struggersi di malinconia e di nostalgia o andare a cercare Roma sui libri. A che serve. Noi dobbiamo vivere a Roma , dobbiamo vivere in mezzo a tutti questi cittadini romani che sono in prevalenza inurbani, ma che poi sono stati incrementati da quelli che si chiamano, non si sa perché, extracomunitari. Nessuno si sogna di chiamare così le guardie del Papa che so’ svizzere. Se vivono qua, se lavorano qua, se si sposano qua e fanno figli, bisogna cominciare a pensare che sono romani anche loro e quindi di dare pari dignità di vita. Tornando al discorso di prima, guardiamo Corviale. Corviale è Roma, è orribile è vero, allora si decide: o la dinamite oppure diventa Roma. Ma non si può portare Corviale a piazza di Spagna, semmai il contrario. Impresa disperata, io questo lo capisco e non credo che sia un’impresa da nulla, un’impresa che si possa fare in due giorni. Però noi dobbiamo partire ormai dal principio che è inutile fare grandi progetti tipo Roma Capitale, la Roma del 2000, lo SDO ( sono 30 anni che si parla dello SDO), ecc… No! Cerchiamo di alleggerire la vecchia Roma e quindi decentrare  tutti i servizi dello Stato, della città politica, che ha oppresso e intrappolato il centro e poi cerchiamo di dare dignità a Roma e a tutto questo territorio della città che ha diritto di essere uguale. 

C'è un consiglio che vorresti dare al primo cittadino di Roma e ai turisti?

Al primo cittadino di Roma già l'ho dato e cioè non avere nessun progetto, sentire i cittadini e andare incontro alle loro esigenze. Sempre con l'idea di bonificare quello che c'è. Questo sarebbe già un grandissimo risultato. Il turista posso solamente invitarlo alla pazienza, perché certamente lo spettacolo che offre Roma di sé a chi arriva da lontano, oggi, non solo è deludente ma anche mortificante.

Tu hai descritto molto bene Pasquino “La voce satirica più maldicente di Roma” in tanti tuoi film. Ma chi è il Pasquino dei giorni nostri?

No! Non c’è più, non esiste. C’è uno che ci prova a fare della satira, delle poesie ma è tutt’altra cosa. Poi i Pasquini della storia erano tutti ispirati. In molti casi Pasquino era una voce di casa, cioè erano proprio dei sacerdoti, dei cardinali che facevano un autocritica e tiravano le pezze al Papa che aveva un padrone, che era signore cioè un  sovrano che rompeva “li cojoni” e volevano che facesse il Papa e basta. Invece oggi queste satire diventano barzellette . Quelle che senti in televisione è una satira non paragonabile a quella di Pasquino,  anche perché le statue parlanti di Roma avevano una forza morale. 

Nella mia ultima visita a Roma ho notato che è diventata molto più caotica.

Certo! E’ una città che non ha nessun ordine. E’ cresciuta male e a dismisura in pochissimi anni. E’ una città che non ha una vita civile e ordinata. Ma questo è rapportato proprio dalle pessime amministrazioni. Poi bisogna dire che Roma non è metropoli. Roma non avrebbe dovuto essere intanto capitale, perché non aveva nessuna  possibilità di essere tale, proprio nella sua struttura, infatti l’hanno costruita i piemontesi, tentando di fare una città di provincia europea ridicola, brutta e ancora peggio  poi contrapponendo monumenti come quello dell’altare della patria che è risibile, distruggendo quasi tutta la collina del campidoglio. Quindi il disordine, lo sconquasso ha portato  anche a queste immagini la città. Prima Gianfranco mi accennavi che nella tua ultima visita alla città eterna, hai notato anche il gran affollamento di zingari e prostitute. Sai, a Roma le puttane ci sono sempre state. Pensa che la prima pavimentazione della città, fu fatta con la tassa imposta alle puttane di Ripetta, che Ripetta era il piccolo porto di Roma, ed era  appunto  una zona molto affollata di queste “signore”. Quindi le prostitute, ci sono sempre state, come gli zingari. Mi ricordo da ragazzino, quando arrivavano gli zingari, per noi era una festa. Correvamo a vedere gli zingari che arrivavano e si accampavano con i loro carri e i loro cavalli. E poi lo zingaro si portava dietro tutto un immaginario di un mondo lontano, di un mondo meraviglioso. Certamente oggi con le condizioni, con le comunicazioni, vediamo la miseria degli zingari, forse errano miserabili anche allora, ma lo eravamo anche noi e quindi era un incontro di poveri. Ma oggi il problema non è questo, perché questo è dovunque e cioè in tutti i paesi e città d’Europa. Noi non possiamo oggi prescindere dall’idea che noi siamo questo piccolo mondo, o meglio come disse un tale:”Questa è un’Olgiata dell’occidente”. Intorno è tutto un  mondo di disperati e di morti di fame che grava su di noi. Allora bisognerebbe mettere ordine naturalmente senza violenza e senza preclusioni. Dobbiamo cercare di offrire dei servizi, dobbiamo cercare di far si che si possa vivere insieme. Se noi oltretutto risolviamo i problemi del lavoro e della delinquenza e tutte le altre cose che ci affliggono, se noi cominciamo ad utilizzare i soldi dello Stato in modo migliore di come sono stati utilizzati fino adesso, tu vedrai che tante cose le possiamo risolvere. Io sono certo che l’Italia e particolarmente Roma, che è una delle prime tappe, che è un paese tutto proteso nel Mediterraneo, un paese di frontiere, un paese dove praticamente l’Islam che avanza e tutti i morti di fame che chiedono il diritto a vivere, sarà un paese che sentirà per primo questi nuovi contatti. Non parlo di invasioni barbariche, perché è ridicolo e antistorico nonché stupido. Noi siamo i più esposti e quindi dobbiamo prepararci a questo. Io credo che l’unico nel nostro paese che l’ha capito, e questo te lo dico da anticlericale, è il Papa.

 

Breve intervista in occasione dell’uscita del film “La carbonara”

Dopo “Nell’anno del Signore, In nome del Papa-Re, In nome del popolo sovrano” è uscito “La carbonara”. Di che si tratta, Gigi? 

E’ una stazione di posta, ai confini del Regno e c’è questa trattoria dove c’è questa signora (interpretata da Lucrezia Lante della Rovere) che la chiamano La carbonara, perché fa gli spaghetti alla carbonara. E’ una signora rovinata, perché prima era una donna ricca e i soldi li ha persi per l’ideale, per finanziare cospirazioni e cose così e di conseguenza è stata ingannata naturalmente da uomini. Poi arrivano i carbonari, quelli veri, che devono rapire un cardinale di passaggio (interpretato da Nino Manfredi). Insomma il tutto si svolge intorno a questa locanda e alle campagne circostanti e a Roma non si arriva mai. C’è un borgo, nei pressi della stazione di posta, sopra c’è un castello dove il cardinale si ferma dopo questo tentativo di sequestro che naturalmente va a vuoto, non si realizza. Però, nonostante tutto, il film tutto sommato è una commedia, non è una tragedia, contrariamente ai film che ho fatto precedentemente.

Però è ambientato nel periodo del Risorgimento.  

Il periodo è quello immediatamente dopo la restaurazione, praticamente siamo nel 1825, sempre l’anno del Signore, come quello del mio film. Ci sono i moti carbonari e comunque questi si trovano in uno Stato un po’ confusionale. Ecco, questo io voglio raccontare, cioè la confusione  un po’ dominante di quel momento e che mi dà la possibilità di rappresentare indirettamente la confusione in cui viviamo oggi.  

Dopo tanti film su Roma, a quando un film sul tuo poeta romanesco preferito, il Belli? 

Ma io non lo so, Gianfranco. La vita del Belli non è poi così attraente. E’ un po’ lugubre, è una vita molto triste, priva di grandi avvenimenti. La grandezza del poeta contrasta con la piccolezza dell’uomo che non capì i tempi nei quali viveva. Lui fu nemico della Repubblica Romana, fu nemico di ogni moto, di ogni aspirazione alla libertà… in fondo è un teocratico.    

Come scegli gli attori dei tuoi film? 

Avviene intanto sulla disponibilità di chi c’è, perché sulla piazza non è che ce ne sono tanti. Poi, specialmente al giorno d’oggi, nessun attore accetta più un ruolo in un film senza prima aver letto il copione. E se piace e se sono liberi, accettano. Non è che tu scrivi un copione pensando ad un attore. Questo si poteva fare in un altro contesto, tanto tempo fa. Una volta si faceva addirittura su commissione, anche se a me non è mai successo. Ricordo che un produttore diceva:”Io ho sotto contratto un attore. Scrivimi un film per lui”. Questo forse si fa ancora in America, dove c’è una grande organizzazione, una grande industria. Ma da noi non si fa più.

Nino Manfredi ha detto scherzosamente:"Io sono laico e Magni mi fa sempre impersonare preti e cardinali".

Si! E’ vero, lo dice spesso e ci ridiamo sopra. Tiene a mettere in mostra questo suo aspetto laico. E’ un burlone. Quello che conta è che con lui ho fatto tanti film. Pensa che la prima cosa che ho fatto con lui è stato quando scrissi proprio per lui una serie di Caroselli per la penna Bic.

Facevi i Caroselli?

Si! Ho cominciato questo mestiere scrivendo i testi per il Carosello. Non solo. Ho lavorato anche in aeroporto. Praticamente facevo quello che fanno oggi gli uomini radar. Eravamo circa 500 in tutta Italia. Io a quei tempi ero studente universitario, però facevo lettere moderne e allora al posto del greco si faceva latino, ma oltre al latino c’era anche lingua straniera. Io studiavo l’inglese, che avevo studiato anche al Ginnasio, però servivano dei giovani che avessero un titolo di studio superiore e che conoscessero l’inglese, per comunicare con gli aeroplani. Allora l’inglese era già diventata una lingua internazionale. Allora ci fecero un corso di 6 mesi di terminologia, di fraseologia aeronautica e poi facemmo questo mestiere. L’ho fatto per alcuni anni.

Un film nel cassetto?

Chi è che non ce l’ha? Io prima di pensare ad un film, le cose le scrivo, quindi ho sempre pronta una sceneggiatura. Prima di parlare con un produttore c’ho un paio di cose già scritte, un po’ di idee. Ma qui le cose stanno diventando sempre più difficili per noi. Non c’è più spazio. Il mercato cinematografico è tutto devastato dagli americani.