Giuliano Malizia (scrittore e poeta romanesco)        Roma 15.10.1991

                              Intervista di Gianfranco Gramola

Un poeta e scrittore, appassionato di Roma e di tutto ciò che riguarda la sua città. Fu amico di Aldo Fabrizi e di Giggi Huetter (scrittore di cose romane). “Come sarà la Roma del futuro? Chiediamolo a Barbanera o a frate Indovino”  

 

Giuliano Malizia è nato a Roma nel 1929.

Romano verace per nascita ed educazione, ma soprattutto per cultura e per carattere. Bonario, generoso, schietto, incarnava perfettamente il tipo di popolano di Roma proprio dell’immaginario comune e di certa letteratura. D’altronde, romanissimi erano i genitori: il padre, Enrico, borghigiano, e la madre, Margherita Paolini, trasteverina, a sua volta figlia di un romano di sette generazioni che era stato un decoratore della chiesa di Sant’Andrea della Valle. Romanissimo, poi, il rione dove Giuliano nacque e crebbe: Testaccio, allora caratterizzato ancora dalla presenza di un ceto operaio e popolare. Conseguì due diplomi e la laurea in Lettere per poter insegnare nelle scuole pubbliche e poi in quelle private, finché nel 1974 avviò una sua scuola: il Centro Studi Marconi, che seguì fino al 2002, quando iniziò la lunga malattia che lo avrebbe portato alla morte. L’amore per l’insegnamento Malizia lo riversò anche in due programmi radiofonici per ragazzi: “Radio per le scuole”, di Alberto Manzi, e “Il gamberetto”. Nel 1994 entrò a far parte del Gruppo dei Romanisti. Fu il riconoscimento per la sua intensa attività di studioso di luoghi, fatti e tradizioni romane, ma anche (e forse soprattutto) di cultore della poesia romanesca e di poeta egli stesso. Grande esperto delle opere del Belli, di Trilussa, di Pascarella, fu vicepresidente del Centro Romanesco Trilussa e redattore del foglio dialettale “Rugantino”; fu inoltre autore di fortunate raccolte, con le quali ottenne vari riconoscimenti.

Molti sono i libri da lui dedicati a diversi aspetti della cultura e della tradizione romane:

Le statue di Roma è del 1990, La cucina romana, La cucina ebraico romanesca e Gli archi di Roma sono datati 1994. Dello stesso anno sono anche Tressette e altri giochi d’osteria e Reliquie romane; mentre I ponti di Roma, Proverbi romaneschi, Piccolo dizionario romanesco e Modi di dire romaneschi risalgono al 1995. Testaccio è del 1996; Le piazze di Roma del 2000, Le scalinate di Roma del 2001.

Intervista

Cosa significa per te “essere romano”?

Significa tutto. E’ un privilegio, come disse il poeta Giuseppe Gioacchino Belli.

In quale zona di Roma sei nato?

Sono nato nel rione Testaccio, un posto che amo come la mia vita. Amo però anche Trastevere, dove nacque mia madre, e Borgo, dove nacque mio padre.

Ti manca molto Roma quando sei via?

Basta che mi allontani da Roma, anche per poco e la nostalgia e il desiderio di ritorno non mi danno pace.

C’è un angolo di Roma in cui ami rifugiarti?

Non c’è una preferenza. Ogni punto di Roma mi attrae e mi incanta. E’ il traffico che blocca tutto e promuove a malincuore involontarie rinunce.

Pregi e difetti dei romani?

Difetti è che sono troppo spacconi. Pregi sono la sincerità e la mancanza di peli sulla lingua.

Cosa ti fa amare così tanto Roma?

La sua bellezza, la sua storia, le sue tradizioni, il suo dialetto, il suo popolo, ma quello vero, autentico, diventato purtroppo raro.

La tua piazza preferita?

Ogni piazza ha una storia e una bellezza tutta sua. Piazza San Pietro però è unica e dà la gioia dell’abbraccio affettuoso.

Quale zona di Roma ami molto?

La Roma del mio Testaccio. E’ un rione questo ricco di niente e di tutto. I romani per le loro esigenze cibarie avevano bisogno di Testaccio, la dispensa di ogni grazia di Dio.

Roma è o era la città più bella del mondo?

Roma è stata, è e sarà per sempre la città più bella del mondo. Trovamene un’altra uguale, Gianfranco.

C’è un monumento che non ti piace?

Non ce n’è uno solo, ma più di uno. Tuttavia è bene che restino al loro posto, perché anche la bruttezza fa storia.

Quale piatto della cucina romana apprezzi molto?

Non c’è un solo piatto, poiché tutta la cucina romana ha il vanto di essere tra le migliori cucine nazionali. Certo la coda alla vaccinara è il non plus ultra delle leccornie romane.

Quali sono i mali di Roma che ti danno più fastidio?

Il caos è un problema in continuo aumento. Mancano i medici giusti e le medicine giuste, perché Roma guarisca da tanto male. La sporcizia? Che ne parliamo a fare. Roma è la vittima soprattutto di chi si dichiara romano abusivamente e di chi difficilmente si stacca dalla mala educazione ricevuta altrove, non a Roma, rimanendo prigioniero di certe usanze che credevo ferme al medioevo e anche al Rinascimento. In particolare mi riferisco al gettito continuo dei rifiuti dalle finestre.

Da anni si parla di eliminare il mercato domenicale di porta Portese. Cosa ne pensi?

Abitando nei pressi del mercato di porta Portese ho tutto l’interesse di seguire l’esempio di Cristo contro i profanatori del tempio e urlare “Via, via di qua”. Però il mercato nota, una tradizione tutta romana e allora … governata però meglio e con saggezza la sopportazione potrebbe anche trovare luogo.

A Roma si fa cultura?

Molta, si. Ma un tipo di cultura dispersiva. Bisognerebbe svilupparla più organicamente.

In quale periodo di Roma ti sarebbe piaciuto vivere, in quello del Belli o di Trilussa?

Il periodo del Belli mi gusta e lo vivo attraverso le testimonianze letterarie e artistiche. Quello di Trilussa lo vivrei con il beneficio dell’inventario. Mi accontento del mio periodo anche se ricco di avvenimenti piuttosto amari. Tuttavia mi da modo di godere dell’amicizia di tanti illustri, primo fra tutti Mario Dell’Arco, che su di me ha espresso lusinghieri apprezzamenti.

Il proverbio romano che più ti piace?

“Volemose bene”, ma sul serio.

Perché i romani sono antipatici al resto d’Italia?

Non metto lingua. Esistono i romani veri?

Le tradizioni romane che apprezzi?

Ci sono ancora le tradizioni romane?

Come sarà la Roma del futuro?

Chiediamolo a Barbanera o a frate Indovino.

Mi parli di Aldo Fabrizi?

Sono stato suo amico e mi voleva bene. In un nostro incontro a casa sua, nel dicembre del 1978,  mi regalo’ un  ferro di cavallo piuttosto consumato, fissato su un figlio di cuoio che portava incisi questi versi: “Sia de cavallo, de somaro o mulo, speriamo che ce porti un po’ fortuna … perché se dura co ‘sti chiar de luna, dovremo ancora piassela in der culo”. (Aldo Fabrizi, natale 78). Ma Fabrizi non si fermò lì e volle arricchire il dono con una bella dedica autografata tutta per me.  

Culturalmente di cosa ti occupi?

Attualmente sono segretario generale del Gruppo Culturale di Roma e del Lazio, presieduto dal Dr. Armando Ravaglioli. Scrivo qua e là, senza un impegno preciso. Di recente sono collaboratore della rivista della Newton Compton “Roma, ieri, oggi, domani”, diretta da Claudio Rendina.

Roma nella storia ne ha viste di tutti i colori. Un breve bilancio?

Roma è sempre Roma. L’esperienza del passato (cattività di Avignone e la fuga di Pio IX) ha lasciato il segno. Solo lei è la Capitale insostituibile.  

Hai scritto molti libri su cose romane. Ne hai un altro in mente?

Sto scrivendo un  altro libro, Gianfranco. A novembre-dicembre uscirà sul Lunario Romano del Gruppo Culturale di Roma e del Lazio, una mia monografia sul santuario di Genazzano.

Un tuo ricordo di Giggi Huetter?

Giggi Huetter: un grande uomo, un grande amico, una cultura … ambulante. Gli volli bene come lui ne volle a me. Mi consigliò e mi spronò. Mi invitò nella casa che lo ospitava e l’incontro fu meraviglioso. Una nota graziosa: era ghiotto di marmellata di mirtilli e amava fumare un buon toscano! Spessissimo ci sentivamo per telefono, la sera, quando per lui cominciava la giornata di lavoro. Rischiavo di vedere l’alba con la cornetta all’orecchio. L’ultimo giorno della sua vita ero al suo capezzale nell’ospedale dell’isola Tiberina ( il Fatebenefratelli). Lo aiutai a bere e mi disse di tornare da lui più spesso. Glielo promisi. Popi mi chinai per baciarlo e gli vidi al collo una corona del rosario. Giggi si dichiarava sempre e ovunque cattolico, apostolico, romano per cui non accettò i cambiamenti liturgici della chiesa, in parte rinunciatario del latino. Così pretese ed ottenne un funerale solenne con la messa cantata, tutta in latino. Dimenticavo … una debolezza umana di Giggi: reagiva con forza se la persona che lo andava a visitare, con poca accortezza, si permetteva di poggiare il cappello sul suo letto. Superstizione?  Ripeto, piccola debolezza umana.