Massimo Lopez (attore, doppiatore)                   Roma   21.6.2019

                                  Intervista di Gianfranco Gramola

“Sicuramente il palcoscenico mi aiuta molto ad essere me stesso, perché io non penso al teatro o allo spettacolo come finzione. Per me il teatro è verità”

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Massimo Lopez è nato ad Ascoli Piceno l’11 gennaio del 1952. Ha fatto parte de Il Trio con Anna Marchesini e Tullio Solenghi, con il quale ha lavorato dal 1982 al 1994, proseguendo successivamente la sua carriera artistica da solo. Formatosi presso la Scuola del Teatro Stabile di Genova, assieme a Tullio Solenghi e Anna Marchesini fonda nel 1982 il celebre gruppo teatrale Il Trio. Il loro primo lavoro di successo è Helzapoppin su Radio 2 (dal musical Hellzapoppin e   dall'omonimo film del 1941 di Henry C. Potter). Nel 1985, il Trio fu scelto per 8 puntate televisive del varietà Tastomatto affiancando Pippo Franco. Qui nacquero molti degli sketch che li resero famosi, come le celebri interpretazioni telegiornalistiche e pubblicitarie dei personaggi del piccolo schermo. In seguito partecipano a varie trasmissioni televisive, sull'onda del successo da Tastomatto e Domenica in. Con le 40 puntate di Domenica in nel 1985/1986, il Trio viene onorato come Rivelazione dell'Anno. Sempre nello stesso anno partecipano a Fantastico 7, rimasto famoso come la migliore edizione nonostante lo sketch considerato offensivo nei confronti della madre di Ruhollah Khomeyni. Questo gli varrà un articolo sulla rivista statunitense Variety e alcuni spettacoli oltreoceano, al Lincoln Center di New York e a Buenos Aires. Lopez partecipa, sempre con il Trio, a tre edizioni del Festival di Sanremo, nel 1986, 1987 e 1989. Sono attivi per anni sia in teatro sia in spettacoli televisivi, come Allacciare le cinture di sicurezza nel 1987 e In principio era il trio nel 1991. Entrambi i lavori ottennero un buon successo di critica e pubblico, Allacciare le cinture di sicurezza fu anche premiato con un Biglietto d'Oro. La loro fama raggiunge il culmine nel 1990 con la parodia de I promessi sposi, rilettura dell'omonimo romanzo manzoniano, trasmesso su Rai 1 in cinque puntate, con picchi di ascolto di 17 milioni di persone. Lo scioglimento del Trio avvenne tra il 1994 e il 1995, anche se i tre continuarono a collaborare in qualche occasione; memorabile il ritorno sugli schermi per la commemorazione dei 25 anni di attività, avvenuto nel 2008 con la trasmissione Non esiste più la mezza stagione. Durante lo spettacolo Jazz e dintorni tenuto a Trani il 27 marzo 2017, l'attore è stato colto da un malore in scena ed è stato subito ricoverato per sintomi di infarto: dopo un rapido soccorso è stato sottoposto a un intervento di angioplastica e in seguito trasferito in un centro riabilitativo cardiologico. Ripresosi completamente, torna in teatro già a metà maggio.

Intervista

Hai appena terminato la tournée con Tullio Solenghi. Questa estate cosa farai? Relax totale o lavoro?

Nella prima parte dell’estate, esattamente dal 28 giugno al 6 luglio, sarò in Sicilia per lavoro, al Teatro Greco di Siracusa. Farò un piccolo cameo a sorpresa nella  Lisistrata” di Aristofane, con la regia di Tullio Solenghi. Quindi il pubblico sa che ci sarò per una piccola apparizione, ma non sa cosa farò. Dopo il 6 di luglio, la mia estate sarà di completo riposo. 

Ho letto che hai iniziato con il teatro impegnato, Pirandello, Molière, ecc …

Ho cominciato con il teatro Stabile di Genova, con produzioni importantissime, perché questo teatro è prestigioso. Ho cominciato con “Il fu Mattia Pascal” il celebre romanzo di Luigi Pirandello, con Giorgio Albertazzi e Lina Volonghi, attori di grande spessore. Loro sono stati i miei maestri e un altro grande maestro, che ricorderò per sempre, è stato Alberto Lionello.

Com’è nato il passaggio dal teatro impegnato al trio Lopez – Solenghi - Marchesini?  

Quello è avvenuto molto gradatamente. Diciamo che ho preferito fare dei percorsi lenti per farmi le ossa per bene, ed essere al cospetto di maestri di grande spessore impari molto. Quindi ho fatto i primi otto anni, passando da Shakespeare a Pirandello, da Goldoni a Molière, sperimentando anche quelli che sono i tempi comici negli spettacoli. Con Goldoni c’erano i tempi comici e Alberto Lionello è stato quello che mi ha insegnato l’arte del tempo comico che è un qualcosa che ci deve appartenere, già lo devi avere tu dentro. Poi con l’esercizio e con la pratica puoi migliorarlo, modificarlo, renderlo tuo. Però se uno deve raccontare una barzelletta o è capace oppure no. Uno deve avere quel carisma in più, quel qualcosa che forse è un dono che uno può avere per raccontare certe cose. Io credo di aver avuto questo dono, quello di potermi gestire in vari modi, cioè passare dal drammatico al comico gradatamente, sempre con molta umiltà e diciamo che proprio così è avvenuto il passaggio. Io nel frattempo avevo conosciuto Tullio Solenghi e Anna Marchesini,  facevamo doppiaggio di cartoni animati e anche film divertenti. Ridevamo molto e c’era proprio un feeling che era nato tra di noi. A Tullio Solenghi capitò di fare un programma alla radio, che gli avevano affidato a lui,  per la sede Rai di Genova, su Radio2 e lui estese l’invito a me e a Anna, perché c’eravamo nel frattempo conosciuti. E lì è nato anche il discorso di essere anche autori e quindi inventarci un format radiofonico che ebbe un successo straordinario. Il format si chiamava “Helzapoppin”. Questo programma radiofonico doveva durare un paio di settimane ed ebbe talmente successo che il funzionario rai della sede regionale di Genova, decise di estenderlo su rete nazionale di radio 2 e invece di due settimane, durò due anni. E a tutti gli effetti noi eravamo diventati quelli della radio, che facevano ridere con questo programma e ci furono a quel punto le televisioni che si fecero avanti chiedendoci di mostrarci, perché volevano sapere di noi, volevano vedere i nostri volti, ecc … E così è nato il trio.

Ma i tuoi genitori che futuro sognavano per te?

Mio papà era dirigente di banca e per me sperava  una situazione un po’ più sicura, tipo il posto fisso. Mamma, che aveva un carattere artistico, intravedeva che io avessi questo desiderio. Mio papà forse lo poteva intuire, ma non ci pensava e sperava che così non fosse. Fatto sta che io quando ho cominciato a fare l’attore, prima sono andato a firmare un contratto con il teatro Stabile di Genova, che mi avrebbe preso per 8 anni. Poi tornai a casa e dissi a mio padre: “Papà, ho firmato un contratto per 8 anni con il teatro Stabile di Genova”.E la reazione sua fu di sorpresa, molto bella, e mi disse: “Se è davvero quello che vuoi fare, è giusto che tu lo faccia,  però l’unica cosa è che non saprei in quale modo posso aiutarti”. Io risposi: “Mi hai già aiutato, papà”. I miei genitori erano orgogliosi di me, venivano a vedermi in teatro, erano contenti e soddisfatti della mia scelta. Erano felici di vedere che facevo questo mestiere nella maniera più umile del mondo. Spesso si  dice che il mondo dello spettacolo sia un mondo bizzarro, c’è anche quell’aspetto lì. Però dipende se tu sei  uno bizzarro oppure no. Io mi sono trovato diciamo al 90 % con persone civili. Probabilmente è una predisposizione che uno ha, anche a non vedere il marcio, che poi il marcio esiste in qualsiasi ambiente lavorativo.

Televisione, teatro, … In quale di questi ambienti ti senti più a tuo agio o pensi di dare il meglio di te?

Sicuramente il palcoscenico mi aiuta molto ad essere me stesso, perché io non penso al teatro o allo spettacolo come finzione. Per me il teatro è verità. Poi dipende, se tu reciti un copione è chiaro che stai fingendo, perché interpreti un altro te stesso. Però nei miei ultimi spettacoli che sono di intrattenimento, di varietà, di show, io esprimo  proprio me stesso totalmente e questo esprimere me stesso, quindi con la verità mia, fa si che io mi senta molto vicino al pubblico. Dialogo con il pubblico, li devo vedere in viso, devo percepire che si emoziona e l’emozione che il pubblico ha, la dà poi a me, di  rimbalzo.

Oltre alla bravura e al talento, quando conta la fortuna nel tuo lavoro?

Indubbiamente conta. Tu giri per una strada, poi trovi un vicolo cieco e allora prendo un’altra strada e un’altra ancora e casualmente incontri uno che ti dice: “Senti, ho bisogno di te, perché so che tu fai l’attore”. Ecco, se non avessi imboccato quella strada, avrei perso questa occasione. Però, secondo me, la fortuna la devi un po’ annaffiare, perché io credo che non capiti così, passivamente.

Annaffiarla in che modo?

Senza essere esagerato nel cercarla, ma amando quello che fai senza pensare di fare questa cosa perché poi mi darà questo e quest’altro mi darà quell’altro. Non ho programmato mai le cose in questo modo. Io sono felice di fare questo mestiere e non ho mai mirato a diventare una persona popolare o famosa. Non ci penso proprio e non c’ho mai pensato, perché all’epoca della scuola, non avevo molta fiducia nelle mie possibilità, però quando sono entrato a far parte del mondo dello spettacolo, per me era già una conquista. Pensavo farò delle cose, poi vedremo che succederà, però non sono mai stato lì a programmare, a sgomitare per arrivare a fare determinate cose. Questo mio non sgomitare, questo mio non programmare e questo mio gioire del mio momento, del mio presente, ha fatto si che le cose venissero in maniera rilassata.

Di cosa hai bisogno per essere felice?

Dell’armonia intorno. Il mio essere attore è perché colgo situazioni intorno a me, sono abbastanza sensibile da vedere e capire quando c’è gioia, quando c’è sofferenza, ecc … Se nell’ambito più ristretto, soprattutto in quello famigliare, vedo gioia più che sofferenza, questo mi aiuta ad andare avanti e ad essere più creativo. Nel momento in cui vedo che ci sono delle problematiche o un qualcosa che mina questa possibilità di ricerca della gioia, questo mina la mia creatività. Avere armonia intorno mi fa felice, come sapere che le persone intorno a me vanno d’accordo tra di loro. Non è facile, però bisogna provarci. La felicità è questo per me e nonostante gli affetti che posso essere a volte negativi, a volte di scontri, va bene tutto, però bisogna sempre mirare alla costruzione di qualcosa che è fatto con amore. Forse è una visione un po’ idilliaca la mia, però ho bisogno di questo per essere più positivo a mia volta.

Quando non lavori curi degli hobby, delle passioni?

Mi piace guidare, mi piace viaggiare. Viaggiare mi aiuta a riflettere e quando guido mi viene voglia di cantare. A casa lo faccio poco perché penso che mi sentono tutti i vicini e non voglio disturbare, però quando sono in macchina mi sfogo e canto. Mi piace anche sciare e adoro camminare, fare lunghe passeggiate. Poi mi piace molto il rapporto con le persone semplici, questo in assoluto. Non sono un gran frequentatore del mondo dello spettacolo sinceramente. Sono un assiduo frequentatore dei miei amici più stretti.

Ti hanno mai proposto dei reality?

Una volta, ma non ho accettato, perché non mi sentirei a mio agio a fare l’Isola o all’epoca c’era “La Talpa”. Non mi ci ritroverei. Ho fatto programmi televisivi, perché non erano reality, anche se “Ballando con le stelle” alla fin fine è una specie di reality, perché ci sono le telecamere tutto il giorno, quando provi, quando balli, ecc …  Però ai reality e fare una gara per vedere come sopravvivi, dico di no.

Sei un personaggio noto e stimato. Hai mai avuto dei fan un po’ troppo invadenti?

Si, mi è capitato. Premetto che io amo molto il contatto con le persone, quindi foto, selfie, autografi e la gente è molto affettuosa con me in qualsiasi regione d’Italia. Sono una persona estremamente disponibile però ci sono stati dei casi in cui delle persone hanno esagerato e hanno sconfinato al limite dello stolkeraggio.

Il tuo rapporto con la fede?

Il mio rapporto con la fede è costante, nel senso che è sempre in divenire. E’ un qualcosa che proprio in questo periodo in particolare, sta avvenendo sempre di più. Ho continui segnali che mi portano a riflettere e questi segnali mi portano ad imboccare delle strade dove incontro delle persone che in un certo senso mi aiutano a capire. Penso di essere molto spirituale da un certo punto di vista e  sono molto attento al discorso di Dio e cerco di capire, cerco di comprendere e sento che qualcosa c’è dentro di me che cresce.

Un domani come vorresti essere ricordato?

In realtà non c’ho mai pensato. Io vedo persone che alla fine dello spettacolo, persone che hanno un’età maggiore della mia e di quella di Tullio, che ci dicono: “Ognuno ha una storia da raccontare, noi abbiamo passato momenti difficili e grazie alla vostra comicità siamo rinati, siamo stati bene, ci avete alleviati dolori e pesantezze”. Quindi alla fine, sentire più volte queste cose, ci dà molta gioia. Io penso che alla fin fine le persone in qualche modo già stanno ricordando cose avvenute e credo  che sia un ricordo positivo. Avviene adesso che ci sono persone che non sanno chi siamo, parlo di me ma anche del trio, hanno 15- 16 anni e vanno a vedere delle cose su you tube e poi ci scrivono e mi scrivono dicendo: “Non pensavamo che ci fosse questo tipo di comicità”. Io spero che rimanga un minimo di ricordo che possa essere ricordato nel tempo. Che possa avere il ricordo e che possa essere, come dicono, abbastanza terapeutico.

Tu vivi a Roma. Che rapporto hai con la capitale?

Roma è una città oggettivamente bella, però con lei ho un rapporto di amore e odio. Amore e odio per chi vivi eternamente in macchina. Roma ha una crescita così lenta e non capisco perché si governino tutte le città del mondo, parlo di Tokyo, Berlino,  Singapore, Londra, New York, Parigi e città da 15 milioni di abitanti e Roma che ha circa 4 milioni di abitanti, non si riesca a governarla a dovere. Quando si dice: “L’Italia è un disastro” non è vero. Roma si che è in decadenza, ma il resto d’Italia non è così. Ho visto Napoli che sta rinascendo, sta crescendo, sta avendo un momento di miglioramento generale, con una crescita di orgoglio anche da parte dei cittadini, perché vedono delle cose che si stanno muovendo all’interno della città e quindi c’è una cura maggiore. Questo a Roma non avviene. Adesso sono fermo in macchina, in una zona molto bella di Roma che è il Parioli e ci sono le aiuole di spartitraffico dove invece di esserci l’erbetta o dei fiori, ci sono le spighe di grano e tanta sterpaglia che cresce a dismisura. Lì potrebbero nascondersi vipere e cinghiali. C’è una crescita a dismisura e non c’è più cura di questi aspetti estetici. La città si sta riempiendo di immondizia perché non la raccolgono. Adesso tutti fanno i scaricabarile dicendo che la colpa è della Raggi. E’ colpa di tutti, anche delle amministrazioni precedenti, perché non è che di colpo la città è crollata. E’ crollata con il tempo, è un’incuria, per cui la gente è sempre più scontenta. Poi vediamo cassonetti carichi di immondizie che non viene ritirata e noi paghiamo le tasse sui rifiuti. Il romano è esasperato e poi succede che il romano meno civile non fa più la differenziata perché vede che il camion dei rifiuti passa una volta ogni tanto e raccoglie tutto insieme. Ti viene lo sconforto. Per cui questo aspetto della città mi dà fastidio. Mi dà fastidio che le linee della  metro siano solo tre funzionanti e secondo me le linee potrebbero essere venti, ma non si scava, perché se si scava, ci trovi di tutto. Insomma Roma è invasa dalla spazzatura, dalle erbacce, dai gabbiani che sono talmente grossi che sembrano aquile. Siamo invasi dai cinghiali e ultima notizia, hanno visto dei lupi aggirarsi nelle  periferie romane. Secondo me fra un po’ arriveranno anche i dinosauri e la lupa di Roma, Romolo e Remo un’altra volta, e si ricomincia (risata).

Massimo, tu non sei romano de Roma, vero?

Io sono nato nelle Marche, ma di origine sono napoletano. Papà e mamma erano di Napoli, poi papà con la famiglia fu trasferito per lavoro ad Ascoli, dove sono nato, poi siamo andati a Milano, poi a Bari, poi a Padova e alla fine a Roma. Quindi ho vissuto in tante città diverse e ho fatto gli studi in tante regioni e questo mi è servito molto. Tornando indietro, rifarei tutto.    

La tua Roma in alcuni posti diversi?

Ogni angolo di Roma mi riporta ad un pensiero, Gianfranco. Il giardino degli Aranci, che sta all’Aventino, è il luogo dove spesso mi capitava di andare a studiare, perché c’era silenzio, tranquillità e si poteva godere della vista di un panorama unico. Oppure, sempre all’Aventino, che amo particolarmente, ricordo delle bellissime passeggiate. Amo molto anche la parte antica di Roma e mi piace molto girare tra i ruderi, tra i reperti archeologici, che non sono quelli che si trovano scavando per fare la metro, ma quelli emersi  sopra, visibili a tutti. Mi piace anche la Roma liberty. Una volta dissi ad una mia amica: “Andiamo a bere una cosa fuori?”. Presi delle bibite e andai con lei in questa zona liberty di Roma che è il quartiere Coppedè. Ci mettiamo seduti su un gradino e lei mi disse: “Ci sediamo qua?”. Forse pensava che la portassi in un bar. Ed io: “Ti ho invitato a bere una cosa fuori, per me fuori è questo”. Il quartiere Coppedè è uno spettacolo. Diciamo che ho molti ricordi legati a Roma, però i ricordi maggiori, quelli che ho fotografato di più, sono quelli, della prima parte della mia vita, quindi ho dei ricordi dei miei quattro anni a Milano, quelli di Padova, quelli di Bari, ecc … In ogni posto che sono stato ho fotografato il meglio, perché ci sono stato per periodi limitati.

Roma può essere fonte di ispirazione per i tuoi  spettacoli?

Certo, anche se non c’è una caratteristica regionale per avere ispirazione. Diciamo che a Roma incontro personaggi particolari. Io sono un osservatore e mi diverte anche vedere certi personaggi strani, curiosi, ma anche certi luoghi ti possono suggerire delle gag.

In quali zone hai vissuto a Roma?

Attualmente vivo in zona monte Mario, quindi Roma nord. Ho sempre vissuto in quella zona. Peraltro la via dove vivo si chiama Cortina D’Ampezzo e ha poco a vederci con Roma , inoltre sono fermo con la macchina in piazza Trento. Che coincidenza, visto che tu sei trentino (risata).

Tradiresti Roma per vivere in un’altra città?

Si. Io sono abituato a girare tanto, per cui sono molto combattuto e dico sempre che mi piacerebbe vivere in un centro piccolo. Quando vedo certi posto del sud Italia, del Salento per esempio, sento una certa cortesia da parte dei salentini, la gente è molto  riservata e discreta.  E nella stessa regione Puglia, cambia di città in città, e questo mi piace molto e dico: “Mi piacerebbe vivere qui”. Poi torno nel Veneto, a vado a trovare i miei amici a Bassano e dico: “Mi piacerebbe vivere qui, perché c’è una vita  più a misura d’uomo e si sta bene”. Poi vado in un altro posto ed è la stessa cosa, ossia che è il posto ideale per viverci. Certo, mi viene da dire, che se dovessi tradire Roma,  a livello pratico non so se  riuscirei a dire: “Basta, non voglio più casa a Roma, vado a vivere fuori”. Però se dovesse capitare, andrei a vivere in una città più piccola e più vivibile.