Mario Scaccia (attore)      Roma, 30.9.1991

                          Intervista di Gianfranco Gramola

Il cantore di Trilussa e Pascarella

Mario Scaccia è nato a Roma il 26.12.1919. Figlio di un pittore, dopo aver preso parte alla Seconda Guerra Mondiale, calcò il palcoscenico nel 1946 con “Woyzeck” di Büchner, prima di diplomarsi nel 1948 all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e avviare una lunga carriera che l’avrebbe visto cimentarsi nelle esperienze di spettacolo più disparate. Artista fantasioso e versatile, nel 1961 costituì con Enriquez, la Morioni e Mauri la “Compagnia dei Quattro”. Al lavoro in teatro ( dove si ricordano almeno l’interpretazione di Fra Timoteo nella “Mandragola” di Machiavelli e il Chiccignola” di Petrolini) ha affiancato una discreta attività cinematografica (in film di Lattuada, Petri, Bolognini) e televisiva. E’ stato molto presente anche in radio, dove ha partecipato a spettacoli leggeri (1957 - Le occasioni dell’umorismo), numerosi radiodrammi (1961 - Il matrimonio del signor Mississipi di Dürrenmatt - 1962 La faccia del mostro di Anton, L’impareggiabile malfidato di Aub, 1963 - Delirio a due di Ionesco) e romanzi sceneggiati (1977 - Dio ne scampi dagli Orsenigo di Imbriani). Degna di nota, infine, l’interpretazione di “Turcaret” di Alain-René Lesage, messa in onda nel 1966 per la regia di Sequi. A metà degli anni Settanta fu protagonista di svariate “Interviste impossibili”, come “Fedro” di Manganelli (1974), “Rudolf Raspe incontrato da Saito” (1975), i “Lumière”, “Pellegrino Artusi” e “George Stephenson” firmate Ceronetti (1974). Fu in più occasioni anche conduttore di programmi radiofonici d’intrattenimento: nel ’79 con Franco Rispoli e Ludovica Modugno fu ai microfoni di “Vieni avanti, cretino!”, mentre nel 1989-90 condusse la rubrica “Vi racconto una commedia” all’interno del programma “Le ore della sera”. Tra le sue più recenti interpretazioni radiofoniche, “Il pazzo dei balconi” di Mario Vargas Llosa, per la rassegna “Il teatro di Radiodue” (1996). Negli ultimi anni si è dedicato anima e corpo solamente al teatro.

Ha detto:

- All'estero lo Stato aiuta a proteggere gli artisti anziani offrendo la possibilità di esercitare la propria arte in condizioni consone alla  loro età e alla loro fama.

- L'attore è come un sacerdote e dà la sua vita al teatro, anche quando sta male, è stanco o non ce la fa. La passione per il nostro lavoro è la forza che ci rende inattaccabili.

- Ammetto di aver fatto anche parecchio cinema brutto, ma solo per raggranellare i soldi che servivano a fare il teatro che volevo io.

- Recitare è uno "striptease psicofisico", ossia l'arte di denudare la propria anima davanti al pubblico.

Curiosità

- Romano da sette generazioni, è figlio di un pittore.

- E' direttore artistico del teatro "Sala Molière", di via Podgora. Ha chiamato così questo teatro in onore al suo mito Molière.

- Fra i tanti premi che ha ricevuto, c'è da segnalare il Premio Simpatia.

Intervista

Eccomi qua con un'altra delle mie interviste, che ho “strappato” al nostro caro amico Mario Scaccia. L'attore di cinema e di teatro, ho avuto modo di conoscerlo telefonicamente  al Caffè Teatro Abaco (lungotevere Mellini, 33), prima della replica del suo applauditissimo spettacolo nel quale, sfruttando le sue doti di grande dicitore, si esibiva recitando le belle poesie di Trilussa. Ecco un resoconto del nostro colloquio.

In quale quartiere è nato?

Sono nato a Roma al quartiere Trionfale, precisamente in via Ostia e, seppure in altre d'amore, sempre nello stesso quartiere ho vissuto sino dopo la guerra. Poi sono passato al quartiere così detto Delle Vittorie dove, presentemente abito, in piazza Mazzini. Tutta la vita, insomma, tolti gli anni di militare e di prigionia in Africa, vissuta tra il fiume Tevere e le falde del rione che porta il mio nome: monte Mario.

Quali sensazioni le ispira Roma?

Fino a una ventina d'anni fa Roma m'ispirava sensazioni di tranquillità, di sicurezza, di libertà: era come vivere in un grosso paese di campagna, all’aperto. Ora le sensazioni sono di claustrofobia, di rabbia, di disperazione; Roma sta vivendo in una dimensione di supermetropoli moderna che non le si addice nell'imbarbarimento della sua popolazione, nel degrado in cui l' hanno precipitata il fenomeno dell'urbanesimo, la speculazione edilizia, le amministrazioni comunali che,dalla fine della guerra vi si sono succedute, senza amarla, senza rispettarla. Comunque, ancora, se a prima sera risalgo lungo il fiume, il cuore mi si strugge di tenerezza, e ringrazio Dio di esservi nato e di poterci vivere.

Nei momenti di tempo libero, in quale zona le piace passeggiare?

Le mie passeggiate preferite sono itinerari dei centro storico, o decisamente i colli del Gianicolo e dell'Aventino. Ma dalla passeggiata archeologica, fino alla porta. Capena, e oltre - traffico permettendo - sino all'Appia Antica, la passeggiata assume carattere di meditazione che dilata lo spirito.

A difetti e virtù, come sta il romano?

Il maggior difetto del romano è la cafonaggine, una sorta di inconscia presunzione da Civis Romanus che ora si è fatta arroganza e in alcuni casi prepotenza. La virtù del vero romano non si può definire: è la somma di tutte le sue imperfezioni e debolezze, forse.

Cosa le la veramente amare Roma?

Mi fa amare Roma l'orgoglio di esservi nato. E il fatto che mi ci muovo come su un vasto palcoscenico.



La sua piazza preferita?

La mia piazza preferita è quella del Campidoglio: spero sempre di incontrarvi Michelangelo. E piazza Campo de' Fiori, all'ombra di Giordano Bruno, in certe sere di pioggia, tetra e deserta, al debole riflesso dei suoi vecchi lampioni, mi comunica un senso di solitudine che somiglia alla mia malinconia esistenziale.

Se il governo avesse la sede al nord, Roma sarebbe più amata?

Roma sarebbe più amata solo se il governo l'amasse di più. Basterebbe d'altronde trasferire tutti i ministeri e le ambasciate fuori del centro storico: ne guadagnerebbe il traffico caotico e si tornerebbero a scoprire alcune caratteristiche architettoniche, aspetti anche folcloristici della città che ora vi restano sommersi e defilati. Roma è una di quelle città che va girata a piedi, perché ogni angolo è uno scorcio scenografico, una scoperta.

Cosa ne pensa dell'eliminazione del mercatino di Porta Portese, di cui si parla tanto?

Il mercatino di Porta Portese non è da eliminarsi ma da limitare, depurandolo dall'inquinamento di tutto ciò che non è cosa rara e desueta, ma solo cianfrusaglia inutile.

Roma fa cultura?

A Roma si fa poca cultura. La scusa che basta percorrerla per arricchirsi lo spirito non vale. Mancano sale da concerto, è insufficiente il numero dei teatri, e quelli che vi sono mal strutturati. Non c'è un centro polivalente che qualifichi Roma come città universale. Sono venuti a mancare alcuni luoghi d'incontro come fino a qualche anno fa ancora esistevano: "baretti", trattorie, caffè.

Com’è il suo rapporto con la cucina romana?

Il piatto tipico romano che mi piace di più è la trippa alla romana. Mi nausea invece la coda alla vaccinara.

Ma Roma nonostante tutto è ancora la città più bella del mondo?

Ho sempre pensato che la bellezza di Roma dipenda dal fatto che qui il rudere non è cosa morta: vive e in una molteplicità di echi e rimandi storici, di stili, di marmi, capitelli, colonne, mattoni, chiese, pietre che si sommano, si accavallano, si completano in un unico aspetto, dove anche i colori hanno il loro gioco. La luce, infatti, è amica di Roma. E la possibilità inoltre di poterla contemplare da varie prospettive la rende unica.

Com'è avvenuto il suo accostamento verso la recitazione?

Da bambino frequentavo l’oratorio del mio quartiere. Sulla tavole di quel teatrino ho mosso innocentemente i miei primi passi d’attore. Ma un desiderio di rappresentarmi e di rappresentare mi è indubbiamente cresciuto dentro nell’assistere in San Pietro ai grandi pontificali, quando la liturgia conservava ancora il fasto teatrale del Primo Concilio Vaticano II . E poi mio padre, pittore mi conduceva in giro per la città fin dal miei più teneri anni illustrandomela e facendomela scoprire proprio con gusto scenografico.

Lei ha conosciuto Trilussa?

Incontravo spesso Trilussa, nell'ultimo periodo  della sua vita intorno agli anni cinquanta, in una trattoria per lui diventata famosa: da Romolo a porta Settimiana, dove mi recavo a cena qualche volta dopo il teatro. Ma gli ho parlato una volta sola, quando mi feci coraggio e mi presentai a lui che mi strinse calorosamente la mano dicendomi:"Lo sapete che ho recitato pure io? Fatevi onore".

In quale periodo le sarebbe piaciuto vivere in quello del Belli, di Trílussa o in quale altro?

Avrei preferito vivere al tempo di Trilussa ma all'inizio del secolo, nella Roma, per intenderci, del caffè Greco, del caffè Aragno, di via Margutta.

Per lei cosa vuol dire “essere romano"?

"Essere romano" per me vuoi dire sentirmi cittadino del mondo.

Qual è la sua "terrazza" preferita?

Senz'altro la terrazza di un mio amico americano al vicolo della Pace che guarda e sente a portata di mano i tetti di tutte le case e le cupole di tutte le chiese della città .



Qual è la tradizione romana da lei preferita?

La fiera di Piazza Navona nella notte dell'Epifania: Mi ricorda l'infanzia povera, ricca solo di quell'avvenimento.

Cosa prova nel tornare a Roma dopo una lunga tournee o dopo una lunga assenza?

Ogni volta che torno a Roma da un viaggio, soprattutto se in terre lontane, provo come un senso di tradimento compiuto ai suoi danni. Per il resto, muovermi da Roma, fa parte dei mio lavoro. Ma Roma, come faccio cantare a un personaggio di una mia commedia musicale, 

              « Zio cardinale »...
"Se ne frega de me se ne frega de tutto
abituata a vedè
li papi co' li re
che fra sti monumenti
stanno fa a buca c'è!"

Vuole lanciare un messaggio ai romani e ai turistì?

Ai romani, dico:"Rispettiamo casa nostra!". Agli stranieri e ai turisti:"A puzzoni, non imbrattate con lattine di coca cola e plastiche i monumenti di questa città, perché non è casa vostra". Per tutti coloro che usano fare sfoggio della loro idee politiche, dei loro vezzi letterari, delle loro smanie amorose e sportive, scrivendo slogan sui muri con le bombolette spray, ripristinerei la pena di morte.

C 'è un teatro romano che lei ama in maniera particolare?

Una volta amavo il Teatro Valle: è il teatro più antico della città. Ora sento sempre più impellente il bisogno che Roma si munisca di sale meglio intonate alle necessità di oggi - parlo anche per quanto riguarda la zona camerini, rimasti privi di servizi igienici adeguati e di spazi idonei .

Qual è il consiglio che vorresti dare al periodico "Rugantino"?

Al Rugantino raccomando quello che vado ripetendo ogni volta che mi si dà l' occasione: attenzione alla pubblicazione di poesie in dialetto romanesco, che sono soltanto spesso mal digeriti orecchiamenti ai sonetti di G. G. Belli - irripetibile - e ai componimenti poetici di Trilussa - favolista e umorista che trascende l'apparente facilità delle sue rime. E un'altra cosa. più che seguitare i piagnistei sulla Roma che fu, dibatta, il periodico, problemi di oggi, tocchi con maggior frequenza e sviluppi argomenti di attualità, per esempio di quella Roma che si appresta ad entrare in una confederazione europea dove torna come una madre in mezzo ai propri figli, fattisi adulti lontano da lei.