Sandra Petrignani (giornalista e scrittrice)    Roma  21.9.2010

                             Intervista di Gianfranco Gramola

Una scrittrice intelligente, brava e simpatica... una persona da emulare

(Biografia tratta dal suo sito ufficiale www.sandrapetrignani.it)

“Piacentina per caso” è il titolo di un racconto autobiografico che scrissi per il quotidiano «L’Unità» un po’ di anni orsono, e infatti sono nata il 9 luglio del 1952 a Piacenza, in Emilia-Romagna, per caso. Nel senso che la famiglia ha altre origini: madre napoletana, padre romano di discendenza umbra. Gli studi sono stati fatti a Roma e, in piccola parte, a Bologna. Le prime pubblicazioni letterarie sono poetiche. Poi c’è una commedia, Psiche, o i fiori di Ofelia, messa in scena al teatro femminista romano «La Maddalena» nel ’77. Ero, invece, ancora all’università quando, mentre mi guadagnavo da vivere con supplenze scolastiche, baby-sitting, traduzioni, cominciai a darmi da fare nel giornalismo. Sporadiche cronache sull’ambiente studentesco per «Il Messaggero» di Roma che piano piano divennero collaborazioni fisse per i settori cultura e spettacolo. Scrivevo un po’ di tutto, dove trovavo spazio, di teatro, di cinema, di televisione, e recensioni di libri, interviste, inchieste. Dieci anni di gavetta che sfociarono nell’assunzione in quello stesso quotidiano solo nell’87. Poi, nell’89, sono passata al settimanale «Panorama» come redattrice culturale e negli anni avrei anche collaborato con «L’Unità» e con le riviste «Diario», «Liberal», «Giudizio Universale». Per lavoro ho viaggiato parecchio, ed è uno degli aspetti del giornalismo che ho amato di più. Mai, però, che a qualche direttore fosse venuto in mente di promuovermi inviato. Ma non me la sono mai presa troppo per la mancata carriera. Mi interessava altro: pubblicare i miei libri, far parte dell’ambiente artistico e letterario. Del resto anche le soddisfazioni giornalistiche passavano per i libri: due case editrici diverse mi chiesero di raccogliere alcune mie interviste a prestigiose scrittrici italiane, a scrittori e a altri personaggi famosi in due volumi, Le signore della scrittura dell’84 e Fantasia&Fantastico nell’86. Nell’81 miei versi venivano scelti per l’almanacco Poesia della Guanda (introdotti da Giovanni Raboni) e intanto andavo scrivendo quello che sarebbe stato il mio primo romanzo, Navigazioni di Circe, pubblicato qualche anno dopo. Mi ero sposata ventiquattrenne e, nell’83 è nato mio figlio. Intanto partecipavo con Vincenzo Cerami, Paolo Repetti, Malcolm Skey, Beniamino Vignola e un gruppo di giovani scrittori, fra i quali Fulvio Abbate, Marco Lodoli, Sandro Onofri e Sandro Veronesi, alla fondazione della casa editrice Theoria, un'avventura importante che avrebbe movimentato per più di un decennio il panorama editoriale italiano e di cui Giulio Einaudi, per esempio, era un grande sostenitore. Non l'unico, a dire la verità, (perché Theoria fu veramente un fenomeno nuovo che incuriosì molti intellettuali), ma sicuramente il più affettuoso. La fine, per problemi finanziari, della casa editrice nel ’95, ha segnato un brusco taglio, culturale ed esistenziale, nella mia vita. Nello stesso anno si concludeva anche il mio secondo matrimonio e si disperdeva il gruppo di amici, scrittori e critici che simpatizzavano con Theoria e partecipavano alle riunioni. Era la fine di un’epoca. L’editoria, in Italia e all’estero, sarebbe cambiata profondamente, pressata da una produttività fuori misura. E sarebbe cambiata l’immagine stessa degli scrittori, resi tali non dal riconoscimento degli altri scrittori, critici, intellettuali, ma principalmente dal numero di copie vendute. Per non parlare della fine fisica di tante figure di riferimento: nel ’90 erano morti Giorgio Manganelli e Alberto Moravia, nell’ottobre del ’91 Natalia Ginzburg, nel ’95 Grazia Cherchi, la «zarina della critica italiana», cui dovevo un istruttivo editing e il lancio del mio terzo libro di narrativa, Poche storie. Anche per il romanzo d’esordio (febbraio ’87) avevo avuto un primo lettore d’eccezione: Giorgio Manganelli, che non solo trovò il bellissimo titolo, Navigazioni di Circe, ma m’insegnò a riconoscere la mia propria voce di narratrice, il «battito cardiaco» - come diceva lui - della pagina scritta e a «uscire dalla clandestinità» per trovare il coraggio di pubblicare. Erano altri tempi: senza quegli scontrosi maestri, che sapevano incoraggiare ma anche essere molto severi, non ci si avventurava a dirsi, e tanto meno sentirsi, scrittori. Da allora ho scritto molti altri libri, una grande quantità di articoli e tre radiodrammi per la Rai: Dopo cena (pubblicato dalla Eri), Anime perse, Faccio io. Insieme a Moni Ovadia, la lunga intervista compresa nel libro Dedica (realizzato a Pordenone) e la sua autobiografia Speriamo che tenga (Mondadori). Per un caso del destino, grazie al terzo matrimonio (con un veronese stabilitosi nella zona qualche anno fa) mi sono ritrovata a vivere a otto chilometri da Amelia, la cittadina umbra da cui viene la famiglia di mio padre e di cui resta la traccia nel nome di un antico palazzo nobiliare del centro storico, Palazzo Petrignani, oggi proprietà del Comune. Vivo in campagna, dunque, dove passo la maggior parte del tempo, in mezzo a un gran numero di animali. Per il resto vivo a Roma (con due gatti).

Opere

Le signore della scrittura, interviste (1984) e ristampa con aggiornamenti nel 1996)

Fantasia&fantastico, interviste (1986)

Navigazioni di Circe, romanzo (1987 e ristampa nel 1997)

Il catalogo dei giocattoli, racconti (1988 e ristampa nel 2000)

Come cadono i fulmini, romanzo (1991)

Poche storie, racconti (1993)

Vecchi, racconti (1994 e ristampa nel 1999)

Ultima India, libro di viaggio (1996 e ristampa con Neri Pozza nel 2006)

Come fratello e sorella, romanzo (1998)

La scrittrice abita qui, libro di viaggi (2002 e ristampa, in collana tascabile nel 2007)

Care presenze, romanzo (2004)

Cani e gatti, racconto (2008)

Dolorose considerazioni del cuore, romanzo (2009)

E in mezzo il fiume, libro di viaggio (2010)

Ha detto

- Scrivere mi ha salvato la vita, e mi fa molta compagnia. Ma se ci sarà un’altra vita, dopo questa, non vorrei tornare a scrivere. Vorrei poter fare qualcosa di meno narcisistico.

- Mi piace avere intorno i miei animali, cani e gatti che ogni tanto "disturbano". Mi piace sentire la vita intorno, qualcuno nell'altra stanza.

- Leggo ovunque. Leggo libri diversi secondo le situazioni. I testi più voluminosi li leggo in casa, in poltrona o appoggiandomi al tavolo. In autobus porto libri tascabili che stanno dentro la borsa se devo metterli via perché c'é troppa gente.

- A un film perdono di non essere bellissimo, o almeno interessante sotto un qualche aspetto; mi basta che mi faccia passare il tempo senza volgarità o eccessiva brutalità.

- Ho fatto in tempo a conoscere alcune grandi personalità del mondo letterario, quel mondo che non esiste più, e ne provo spesso nostalgia.

Curiosità

- I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Inghilterra, Olanda, Spagna, Giappone, Argentina.

Intervista

Quando è nata la passione per la scrittura, chi te l'ha trasmessa?

Ero molto piccola, non andavo ancora a scuola. Mi raccontavo storie fra me e me per riempire la solitudine, una forma di gioco. Facevo teatro con i pupazzetti, parlavo da sola, inventavo poesie che poi mi facevano declamare su uno sgabello davanti all’albero di Natale. In famiglia dicono che ho preso da una bisnonna, la nonna di mio padre, Edvige (mi chiamo così di secondo nome: Sandra Edvige). Era una maestra creativa: componeva poesie in rima per insegnare ai bambini la storia, la geografia, l’aritmetica… Questa inventiva orale si è poi naturalmente trasformata in scrittura quando ho saputo tenere la penna in mano.

Quando è esploso il tuo talento?

A volte penso che non sia ancora “esploso”, che forse un giorno scriverò un’opera indimenticabile…

Quali sono stati i tuoi maestri?

Tanti. I due scrittori che mi hanno aperto la mente sono stati Kafka e Beckett. Li ho scoperti nell’adolescenza, quando si è particolarmente ricettivi. Poi Nabokov, Virginia Woolf, Jane Austen, Katherine Mansfield, Henry James… Fra gli italiani D’Arzo, Flaiano, Calvino e Elsa Morante, Manganelli, la Natalia Ginzburg di “Lessico famigliare” (inizialmente solo questo romanzo, perché la grandezza di Natalia l’ho scoperta più tardi come quella di Lalla Romano) … Ricordo che, quando ho conosciuto Giorgio Manganelli (intorno al 1983/84) e mi chiese quale passione letteraria nutrissi, io ero in piena cotta nabokoviana: «Ottimo - mi disse – bisogna avere degli innamoramenti forti per scrivere e Nabokov è un utile innamoramento». Non furono queste le parole esatte, vado a memoria, ma il senso era chiaro.

Qual'è stato l'incontro che ti ha cambiato la vita?

Nessun incontro mi ha cambiato la vita, semmai la terapia analitica, aiutandomi a capire me stessa, mi ha modificata e di conseguenza cambiato la vita. Però ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare a volte persone abbastanza fuori dall’ordinario: alcune di quelle che ho nominato prima per esempio., come Romano, Ginzburg, Manganelli. E poi Giulio Einaudi, Alberto Moravia, Dacia Maraini. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa, senza volerlo, forse senza immaginarlo. Ma il loro modo di stare al mondo mi è piaciuto e ho tentato di imitarne gli aspetti che mi si adattavano di più.

Qual'è stata la tua più gran soddisfazione nel campo professionale?

Il libro che mi ha dato di più in termini di copie vendute e premi è senz’altro “La scrittrice abita qui”. Ma le vere soddisfazioni sono meno eclatanti: parlo della stima dimostratami da tante persone che stimo, da Gianni Celati e Vincenzo Consolo, per dirne due che prima non ho citato, o da Cesare Garboli e Guido Ceronetti, alla mia preziosa amica pittrice Giosetta Fioroni. Molti di loro hanno fatto per me qualcosa di concreto, di generoso, di bello, conservo gelosamente quello che hanno scritto di me sui giornali per dire. Io non ho mai avuto alle spalle la forza di un grande editore, tutto quello che ho avuto lo devo soltanto a me stessa e alla forza dei miei libri.

E delusione?

Sono continue le delusioni. E vanno crescendo col crescere di una società in cui queste figure non pesano più, o proprio non esistono più perché sono uscite dal mondo, e il successo di uno scrittore si gioca sul potere del suo editore più che sulla reale forza di un libro.

Ha avuto momenti difficili nella carriera in cui ha pensato di mollare tutto?

Non si può mollare ciò che non vivo come una carriera ma come un modo di essere.

Cosa hai sacrificato per arrivare al successo?

Niente. E questo è uno dei motivi che spiega il fatto che non ho avuto mai quello che si definisce “successo”, almeno oggi.

Ma i tuoi genitori che futuro sognavano per te?

Modesto. A loro sarebbe bastato che facessi la segretaria o, nel migliore dei casi, l’insegnante. Un posto fisso e sicuro insomma.

Che lavoro fanno i tuoi genitori? Hai fratelli e sorelle?

Mia madre è morta nel febbraio del 2010 e aveva fatto la farmacista. Mio padre ingegnere e militare.

Ho letto il tuo "E in mezzo il fiume". Com'è nata l'idea di scrivere questo libro?

E’ stata una fortunata “commissione” della collana Contromano della Laterza. Volevano un libro da me su un posto geografico per me significativo: loro pensavano all’Emilia-Romagna dove sono nata. Io ho contrapposto Trastevere. Ci siamo accordati sui centri di Roma divisi dal fiume, lasciando come perno Trastevere.

Ti piacerebbe dare un seguito a questo libro?

Non mi piace in genere dare seguito ai libri. Me lo hanno chiesto per “La scrittrice abita qui” (perché non fai le case degli scrittori?), per “Ultima India” (e ho molto materiale sull’India, avendo fatto una decina di altri viaggi laggiù). Certo potrei, ma penso che ogni libro abbia una sua magia e, come succede al cinema, quando fai il n.2 perdi qualcosa. Però sull’India ho ancora molto da dire e non mi piace l’andazzo editoriale di fare scrivere sull’India chiunque, scrittori che ne sanno molto poco e che pubblicano libri francamente imbarazzanti: è evidente che lo fanno solo per soldi, senza nessuna motivazione profonda.

Ti ispiri a qualche modello di scrittore?

Ormai non più, cerco di essere il più vicina possibile alla mia voce interiore, a quello che Manganelli mi indicava come il mio «battito cardiaco».

Per uno che scrive, quando arriva l'ispirazione?

Arriva in modo misterioso, da un’immagine, da un’emozione, da una lettura, dalla vita, da un incontro, da un sogno.

A quando il prossimo libro? Hai gia un’idea?

Lavoro sempre su più progetti, studio, penso, rifletto intorno a un tema anche per molti anni. Spesso il tema è un personaggio, dunque ho molto da approfondire. Ma anche quando mi gira in mente una storia inventata, ho sempre qualcosa che devo capire meglio, valutare prima di mettermi a scrivere. Poi quando comincio a scrivere mi serve in genere il tempo di una gravidanza: nove mesi. Pazzesco, è così!

Un motivo per cui uno deve leggere il tuo libro?

Non lo so! Forse l’autenticità, l’onestà con cui lavoro? Ma no: uno deve leggere un libro se, dopo le prime pagine, ha misteriosamente voglia di andare avanti, voglia anche di superare le difficoltà. Però non mi reputo uno scrittore “difficile”! Impegnativo, sì.

Quanto contano per te i libri? Che genere di libri ami leggere?

Mi piacciono i libri che mi piacciono. Non quelli di genere, a parte pochissime eccezioni. Un po’ di saggistica, di filosofia, di storia. In genere leggo romanzi, anche per lavoro (recensisco parecchio). Adoro le biografie, adoro leggere tutto di uno scrittore di cui ho amato molto un libro. A volte, però, farei meglio a leggerne uno solo! Leggo poca poesia, ma la amo immensamente. Ne leggo poca perché la calibro molto e rileggo continuamente i versi che mi fanno risuonare dentro corde profonde. Su questo sono una fissata: sempre gli stessi poeti e le stesse poesie. Ne ho bisogno, ne sono dipendente.

Hai vinto qualche Premio? Se si, a chi l'hai dedicato?

Dedico sempre i libri che scrivo, i premi no, non mi è mai venuto in mente! Del resto ne ho presi pochi e non di quelli che cambiano la vita di uno scrittore.

Quali sono i tuoi hobby quando non lavori? Fai collezioni?

Non colleziono niente, odio le collezioni. Gioco a carte con gli amici, quando sto in campagna (quattro giorni a settimana). Mi piace nuotare.

Qual'è la tua ossessione?

Gli animali. Dedico loro molto tempo e mi ossessiona la loro sofferenza, il non poterli sottrarre agli esperimenti scientifici, ai lager in cui tanti sono rinchiusi, alla crudeltà degli umani.

L'ultima volta che hai pianto e perché?

Per la morte di mia madre. Perché ci siamo amate male.

Fai beneficenza o volontariato?

Come sosteneva Hannah Arendt, nel momento in cui si parla del bene, il bene non è più tale. E’ un’attività che non va pubblicizzata.

Qual'è il tuo punto debole?

L’insicurezza.

Come sei nella vita di tutti i giorni (con quale filosofia vivi la quotidianità)?

Ho cercato di essere buddista in passato: molto del buddismo imposta la mia vita anche oggi. Ma andando a fondo delle cose puoi trovare gli stessi principi nella religione cristiana, in tutte le religioni. Del buddismo mi piace la libertà spirituale, il fatto di essere più una filosofia che una religione.

Qual'è il tuo motto?

Un motto di Karen Blixen preso dal Tao: «Anche questo passerà»

Cosa non sopporti?

La crudeltà.

Un capriccio che vorresti toglierti?

Il giro del mondo senza fretta e senza scadenze.

La cosa più cattiva che hanno detto o scritto su di te?

La cosa più cattiva è il silenzio, e tanti miei colleghi lo praticano proprio per fare del male.

Il complimento più bello che hai ricevuto?

Che conoscermi di persona non è deludente.

Che rapporto hai con la Fede?

Complicato.

Pensi spesso all'aldilà?

Cerco inutilmente una logica allo spreco che sarebbe aver vissuto senza la prospettiva di un’altra vita. Cerco una compensazione all’ingiustizia insopportabile di cui la vita è composta. Ma, appunto, non le trovo

(Sandra Petrignani con Alda Merini)

Hai un sassolino nella scarpa che vorresti toglierti?

Me li sono già tolti, non si è visto?

Quali sono le tue ambizioni?

Davvero minime. Essere apprezzata per quel che scrivo. Ma mentre lo dico capisco che è la più grande delle ambizioni!

Un tuo vizio e una tua virtù?

Essere troppo indipendente

Chi porteresti con te su un'isola deserta (oltre a qualche libro)?

Direi mio figlio, ma gli farei un dispetto! Tutti i miei animali.

Gioco della Torre. Chi butteresti da una torre?

Un sacco di gente, sarei un monarca spietato. Per primi quelli che fanno del male alle creature deboli e indifese, poi tutti quelli che rendono sporco e invivibile il mondo (sporco in tutti i sensi).

Cosa ne pensi della battaglia contro il fumo?

Vorrei la stessa mobilitazione per altre battaglie più importanti. Io fumo, ma molto poco, non mi fa né caldo né freddo non fumare al ristorante, in treno eccetera. Però mi fa ridere la campagna antifumo, mentre si tollera l’intollerabile in altri settori: per esempio la fame nel mondo, per esempio il commercio degli organi, per esempio la vivisezione, per esempio la differenza scandalosa dei guadagni della gente, per esempio l’evasione fiscale di chi guadagna cifre astronomiche grazie all’evasione fiscale.

Sei severo con te stesso?

Non abbastanza.

Hai fatto delle gaffes? Ne puoi raccontare una spiritosa?

Ho chiamato Laura Pariani ripetutamente Alba Pariani (pensando alla Parietti) durante un convegno a Buenos Aires. Mi sarei sotterrata, ma lei è una donna gentile, non se l’è presa per niente!

Ti ritieni fortunata?

Sì, molto. Mi ritengo scandalosamente privilegiata. Non ho problemi economici, sono circondata da persone che mi vogliono bene e a cui voglio bene.

A quale trasmissione televisiva non rinunci?

In materia di Tv francamente rinuncio senza problemi a tutto. Da quando non è più possibile metterla in funzione con un unico gesto, schiacciando un solo bottone, mi innervosisce persino accenderla!

Il regalo più bello che hai ricevuto e da chi?

Da mio figlio quando aveva dieci anni: cercavo un cd di Stephan Micus che in Italia non si trovava. Lui andò in viaggio col padre in Germania e me lo comprò lì. Il padre (da cui ero già separata) non sapeva niente di quel mio desiderio. Così fu un’iniziativa solo sua e mi commosse enormemente.

Di cosa hai paura?

Della sofferenza fisica e psichica. Dei ribaltamenti della vita.

Quanto ti influenza l'oroscopo nella vita quotidiana?

Vero o falso che poi risulti, direi che mi aiuta positivamente. Leggo Branko sul Messaggero sperando in un buon motivo per vivere la giornata. Se l’oroscopo è brutto, mi preparo psicologicamente. Credo che, preso così, l’oroscopo uguale per tutti quelli del segno (chiaramente approssimativo fino all’inverosimile) sia rasserenante, certo non fa alcun male!

Hai un sogno nel cassetto?

No, se ho dei sogni cerco di realizzarli. E una mia forza è stata sempre quella di fare sogni alla mia portata. (Anche se non vuol dire che si realizzino tutti!)

A chi vorresti dire grazie?

Alle persone che mi hanno perdonata.

A chi vorresti dire "scusa"?

A quelli che hanno avuto bisogno di perdonarmi qualcosa.

Tu non sei “romana de Roma”, sei di Piacenza. Quando sei arrivata a Roma e come ricordi l'impatto?

Ero piccolissima: i nonni abitavano a Roma e spesso venivamo a trovarli. Roma era per me un grande Luna Park. Andavamo a piazza Navona per la Befana e la città mi sembrava un posto meraviglioso per i bambini.

Com'è il tuo rapporto con Roma?

Innamorato: quindi grande passione e irritazione, abbracci e litigi.

Quali sono state le tue abitazioni romane?

La nonna abitava in un villino di Città Giardino (Monte Sacro). Poi ho abitato al quartiere Trieste, poi a Campo de’ Fiori, al quartiere Africano, ora (quando sono a Roma) a Trastevere.

Le scuole le hai frequentate tutte a Roma?

Si! A Roma, liceo Giulio Cesare in Corso Trieste e Università La Sapienza (Lettere).

Com'è il tuo rapporto con la cucina romana? Cosa ti piace? Trattoria preferita?

Buono. Sono una mangiona. Ma mi piacciono le cose semplici. Non vivo senza la pastasciutta e sono bravissima a cucinare la Carbonara. Però sono felice con un piatto di spaghetti al burro e salvia o col pomodorino fresco. Dei piatti romani romani vado pazza per la pajata (intesa sempre come sugo della pasta).

C'è un angolino romano che ami particolarmente? Se si, perché?

L’ho scritto nel libro “E in mezzo il fiume”: mi piace guardare la cupola della sinagoga attraversando Ponte Garibaldi o dall’Isola Tiberina. Perché è una cupola a base quadrata e sorridente. Mi piace l’angelo sopra castel Sant’Angelo perché sta rifoderando la spada.

Cosa provi nel tornare a Roma dopo una lunga assenza?

Riconoscenza per tanta bellezza, fastidio per tanto caos, paura di finire sotto una macchina che regolarmente non si ferma davanti alle strisce pedonali.

Cosa ti manca di Roma quando sei lontana per lavoro?

Niente veramente, perché sono il tipo che fa casa dappertutto.

Come trovi i romani (pregi e difetti)?

Sornioni. Mi piacciono perché assomigliano ai gatti: incoerenza e indipendenza comprese.

Qual'è il fascino di Roma, secondo te?

Quello di sempre, quello della contemporaneità di tutti i secoli messi insieme cui ti mette costantemente davanti. Stando a Roma ti ricordi che non sei solo una creatura contemporanea, ma hai radici lontanissime che strappano, gridano, condizionano.

Cosa ti dà più fastidio di Roma o meglio esiste una Roma da buttare?

Quella degli intrattenimenti cretini che invadono il suolo pubblico senza niente aggiungere alla bellezza e alla vivibilità di Roma, anzi sottraendo bellezza, coprendola. Il baraccume estivo sul Tevere per esempio. Penso che una buona amministrazione dovrebbe preoccuparsi di fornire svaghi nutrienti, in sintonia con la storia di una città. Non una baraccopoli mercantile uguale dappertutto, senza personalità, né gusto, che nulla insegna al viandante, al turista, al cittadino, ma ne guasta ulteriormente il senso di appartenenza, ne distrugge ogni capacità di godere le antiche pietre di Roma, i suoi paesaggi mozzafiato, le sue incredibili prospettive.

In quale Roma del passato ti sarebbe piaciuto vivere e nelle vesti di chi?

Avrei voluto essere Clodia, la Lesbia di Catullo, aver ispirato la sua poesia e magari aver corrisposto al suo amore vinta dai suoi versi. Ma avrei cambiato la storia…

Nei momenti liberi in quale zona di Roma ami rifugiarti?

Amo gironzolare, scendere al fiume, andare da Bibli, la libreria che frequento di più, fare un salto dalle amiche che tengono un bar ristorantino che si chiama “Dolce Trastevere” sul viale omonimo. Ma il rifugio per me è la mia casa, una piccola casa di piano terra con la porta sul vicolo.

Ti piacciono le poesie romanesche?

Oh, sì! Quel verso celebre del Belli: «Io so’ io e voi nun siete un cazzo» mi viene in mente ogni volta che osservo la prosopopea dei miei gatti.

Poeta dialettale preferito?

Forse proprio il Belli. Ma non sono un’esperta.

Fra gli attori contemporanei, chi rappresenta al meglio Roma e i suoi abitanti?

Marcello Mastroianni, che veniva dalla provincia ma abitava a Trastevere. Ha in pieno il carattere migliore del romano: dolce e strafottente, lento, spiritoso, amante delle gioie della vita, accogliente, seduttivo.

Vuoi dare un consiglio al sindaco per  migliorare Roma?

Pulirla prima di tutto, liberarla dal traffico, dagli abusi dei ristoratori che invadono i marciapiedi e, come dicevo prima, inventare divertimenti intelligenti e rispettosi della storia cittadina.

Un consiglio ai romani e uno ai turisti?

Rispettare la bellezza, la storia, amare le vecchie pietre di Roma, anche se fanno inciampare in continuazione. Imparare ad andare a piedi.