Luciana Battan   (scrittrice)             Mezzolombardo (Trento)  14.6.2015

                                  Intervista di Gianfranco Gramola

 “DISSONANZE EROTICHE”: Una storia emozionante e coinvolgente, capace di dialoghi dalla forte energia narrativa che tracciano i fili di una vena creativa di talento

 

 L’immagine della copertina è di Anton Merkulov

Luciana Battan, scrittrice trentina, in questo primo volume della sua “duologia erotica” racconta la storia un po’ complessa di una coppia e lo fa con uno stile che trasuda profondità nel solo modo di toccare le parole e offrirle al lettore con il peso che portano. Lui, costretto in un letto d’ospedale devastato dall’aids, viene a sapere attraverso una cartolina, di aver avuto un figlio da una zingara che le chiede aiuto. La moglie decide di partire alla ricerca del bambino. Con questo viaggio l’autrice ubriaca il lettore di esperienze, di storie e di paesaggi e lo fa in maniera frizzante e gustosa che mette in moto la fantasia. In questo libro, che si dovrebbe leggere tutto d’un fiato perché è un peccato interrompere le emozioni e le atmosfere che ci regala in modo elegante e coinvolgente, la scrittrice trentina inserisce come collante un bel po’ di eros, perché Anna, la protagonista, è una maestra d’erotismo. Durante il viaggio incontrerà molti sconosciuti e avrà rapporti sempre più spinti con loro perché ha una carica sessuale fortissima che la porterà a osare sempre di più, tenendo però sempre aggiornato il marito, come d’accordo, sulle sue nuove esperienze attraverso lettere e telefonate infuocate. “Dissonanze erotiche” è un libro che risveglia il tepore erotico e l’immaginazione addormentata perché distratta da paure, bigottismo, impegni, orari e preoccupazioni. Un vasto carosello di scene che innescano un fuoco d’artificio di situazioni abbondantemente irrorate da quel sano entusiasmo che fa tanto bene alla vita, raccontati con una capacità di descrivere che lo rende autentico.

Per contattare la scrittrice trentina la sua e.mail è lucianabattan@yahoo.it  

Intervista

A quale età hai iniziato a pensare seriamente alla scrittura?

Il piacere della scrittura risale alla giovinezza, ero anche brava a scuola, ma la possibilità di farlo seriamente risale al 2008-2009. Prima mi sono dedicata al lavoro specializzandomi anche, attraverso corsi di aggiornamento e studi personali, nella didattica della matematica che mi piace molto. Ad esempio l'anno scorso ho ideato assieme a un gruppo di colleghe degli Istituti Comprensivi limitrofi, una prova di competenza per la quarta classe, ambito matematico, che ha ottenuto ottime valutazioni dall'IPRASE. Ho riservato le altre energie alla mia famiglia.

Quanti libri hai scritto?

Ne ho scritti parecchi e di tutti i generi. Il primo è stato un romanzo storico su Castel Thun scritto in occasione e in concomitanza con la trasformazione del castello da maniero e residenza privata a museo provinciale nel 2010. Ho cominciato a scriverlo più o meno in quel periodo ed è uscito due anni dopo con il titolo “Zdenko, l’ultimo dei Thun”. Ho scritto anche due libri molto importanti che non sono stati pubblicati e che appartengono  al genere storico. Ho scritto “Le streghe di Nogaredo” che si basa  sulla storia vera del processo di Nogaredo del 1646/1647, dove sono state mandate a morte un gruppo di  donne accusate di stregoneria. Questo romanzo ha partecipato l’anno scorso all’edizione del  torneo letterario di “Io scrittore” che è indetto tutti gli anni da “GeMS” , che fa parte del gruppo editoriale di Mauri Spagnol a cui fanno capo Longanesi, Rizzoli, Guanda, Tea e altre case editrici. E sono stata molto contenta perché eravamo più di 2300 partecipanti e le mie “Streghe” si sono piazzate tra i 300 finalisti, poi si è fermato lì perché i vincitori erano solo dieci. Anche quest’anno un altro mio romanzo storico, su 3600 partecipanti, si è piazzato nei primi 300, quindi attualmente sono in gara anche al torneo letterario con un altro romanzo storico. Ho scritto anche delle novelle che hanno anche uno sfondo scientifico importante, per esempio ho scritto la storia della “Lattina Argentina”, un libro per bambini, dove in  modo fantasioso parlo del riciclo dei materiali. A scuola avevamo fatto tutto un percorso con l’azienda ASIA, quella che provvede allo smaltimento dei rifiuti in Trentino, quindi in seguito a questo, proprio per consolidare l’educazione ambientale che è fondamentale,  ho scritto questo libretto, che è stato pubblicato dalla scuola, ma che è rimasto all’interno, cioè l’abbiamo dato solo agli scolari e alle famiglie. La versione di questo libro si trova anche on line. Un altro mio libro per bambini è stato “La città delle api”. Non è stato pubblicato, io ho soltanto prodotto la versione e-book.  Su Amazon si possono trovare i miei e-book  che io ho messo a disposizione per farli conoscere. L’anno scorso ho pubblicato con la Montag Edizioni la prima raccolta di genere erotico. Devo fare una parentesi su questa raccolta dal titolo “Rosso riflesso”. Avevo partecipato ad un concorso della Montag Edizioni e poi mi è stata  proposta la pubblicazione ed è uscito Rosso Riflesso, che è un dato importante perché da lì poi, è partito il progetto della duologia erotica di cui stiamo parlando adesso.

Mi fai un breve riassunto del tuo libro "Dissonanze erotiche"?

Questo libro parla di una donna, Anna Mandelli, una donna semplice, di media cultura, senza particolari pregi o difetti. All’improvviso succede qualcosa che cambia la sua vita. Questo qualcosa è la malattia del marito che poi si rivelerà una malattia devastante e probabilmente letale. Il racconto si svolge  in Italia e poi in Europa nel periodo fra l’84 e l’85. “Dissonanze erotiche”,  e  il secondo volume che uscirà a breve,  sono ambientati in questi due anni, in concomitanza con lo scoppio mondiale del problema dell’AIDS, virus che era stato scoperto soltanto due anni prima. Lei è una donna giovane piena di vitalità, è una donna  che ha una carica sessuale e erotica molto forte, però si ritrova sola, la famiglia non è lì ma vive sul lago di Lecco. Lei è divisa fra il lavoro alla Rinascente di Milano che non la soddisfa più di tanto,  e  le visite serali che fa al marito, tra l’indecisione, l’insicurezza e la paura  di non sapere qual è il suo malessere. Per mesi lei rimane in questa incertezza di non sapere cos’ha il marito. Lì scatta questo cambiamento e lei comincia a cercare altri uomini e questo innesca un meccanismo di libertà,  di riuscire a manifestare il proprio io in maniera  totale e globalizzante, facendo esperienze di quasi tutti i tipi, che una donna può fare. Quindi se vogliamo vederla dal punto di vista simbolico e metaforico questo libro è un inno alla “libertà” della donna, a una libertà che dovrebbe essere senza pregiudizi perché la nostra libertà sessuale è sempre stata limitata dai giudizi morali ed etici. In questo libro il primo elemento di cambiamento è la malattia, il secondo elemento è  l’arrivo di  una notizia fulminante. Sembra che il marito, un antropologo serbo, che per raccogliere i dati dei suoi studi, e fare la tesi di laurea, è stato sul Delta del Danubio e lì ha avuto un’avventura con Marija Cassian, una giovane zingara, che le fa sapere di aver avuto un figlio con lui inviando una cartolina dalla Germania e chiedendogli aiuto. I due coniugi si consultano, il marito Rami Jancović è immobile all’ospedale, e lei che è una donna generosa, una donna che ama, e che le sembra già quasi di amare questo bambino anche se non lo conosce,  credono  a questa semplice cartolina, e rispondono a questo grido di aiuto. E lei parte da Milano e inizia il vero viaggio. Un viaggio che farà emergere  le sue potenzialità erotiche perché conoscerà uomini di varie etnie, di varie estrazioni sociali, di varie culture. Nel primo libro dalla Germania arriva fino a Vienna. Nel secondo libro si parte da Vienna, dal lago di Neusiedl, che è sul confine con l’Ungheria, si arriva a Budapest, poi a Belgrado e poi attraverso un flash beck dei ricordi del marito che ci racconterà le sue vicende d’amore sulle rive del Danubio andrà a finire anche a Sulina che sta appunto sul Delta del Danubio.

 

Cosa ti ha spinto ad affrontare un tema intrigante come quello dell'eros?

E’ un tema hot, un tema hard, un tema difficile, un genere oltretutto difficilissimo da scrivere, ma allo stesso tempo molto stimolante e molto accattivante per uno scrittore. E’ una prova del fuoco anche perché è un genere dove è un attimo scadere, scadere in tutti i sensi. Certamente è una sfida, però il messaggio che si vuol dare secondo me è forte, è potente e quindi valeva la pena provarci. All’inizio certamente ci sono stati dei dubbi, delle perplessità. La trama l’ho scritta in tre giorni, durante le feste dei Santi, poi ci sono stare delle modifiche però il disegno è rimasto quello originale. Quello che mi ha rinforzata è stato il discordo di aver già scritto “Rosso riflesso” e dal quale avevo avuto giudizi positivi tant’è che l’editore Mario Tricarico, proprio dopo aver letto il mio “Rosso riflesso” mi ha chiamata chiedendomi se potevo affrontare una progetto così. E la sfida è stata altissima anche perché pensavo di aver chiuso con il genere erotico dopo “Rosso riflesso”, invece a quanto pare mi stanno convincendo del contrario perché secondo gli esperti del settore, sembra che riesca molto bene a trattare questo genere.

Scrivendo di eros non temi di venire etichettata?

Si! E’ già in preventivo questo rischio, ma è un rischio che bisogna correre, perché o rinunci fin dall’inizio proprio perché ti lasci condizionare così tanto dal pregiudizio che riguarda quello che pensano gli altri di te, i tabù e l’associazione che fanno, ossia che tu sei il libro. Quindi il rischio è altissimo. Se ti lasci assoggettare da questi timori perderesti gli stimoli per scrivere. Ho dovuto farmi forza e trovare il coraggio di affrontare,  e lo sto facendo tutti i giorni,  questo lavoro di affrontare  il pregiudizio degli altri e all’inizio anche i miei stessi pregiudizi perché nessuno ne è immune,  dai pregiudizi che si porta dietro dalla propria infanzia, dalla propria educazione. Quindi io tutti i giorni faccio i conti sia con i miei pregiudizi  e a maggior ragione con quelli  dei miei lettori. Confido molto nella sensibilità di chi mi legge affinché sappia interpretare, perché qui l’erotismo è forte, è potentissimo, è lampante, è descritto nei particolari ed è esplicito. Però dentro tutto questo c’è tanta emotività, c’è sensibilità ma  non c’è orrore, non c’è niente di brutto,  è una cosa bella. Il messaggio che vorrei far arrivare è che se riuscissimo a vedere l’erotismo come qualcosa di bello, che arricchisce la nostra vita, che la rende felice, allora può essere veramente un arma vincente.

Ti ispiri a qualche modello di scrittore?

Gli  scrittori di questo genere secondo me scrivono in modo  diverso  da come scrivo io. Facciamo un esempio della più famosa che ci sia, la E.L.James, autrice della  mitica trilogia “Cinquanta Sfumature di Grigio”.  Dal punto di vista dello stile e della narrazione e anche dei contenuti siamo molto lontane, quindi non ho potuto prenderla come modello. Ho letto anche altre autrici come Irene Cao, Sylvia Day, proprio perché necessitavo di un confronto. Mi chiedevo “Come fanno le altre? Come scrivono le altre? Cosa scrivono?”. Il mio modo di scrivere si differenzia dalle altre. Invece come modello nello stile dello scrivere ci sono i grandi. Io sono un amante di Tolstoj, di Dostoevskij, di Elizabeth Holby, della Isabel Allende. Le mie letture sono molto diversificate, ad esempio leggo tantissimi thriller, ho letto quasi tutti i libri del finlandese Jo Nesbo, il re del thriller. Sto leggendo Giancarlo De Cataldo e tempo fa  ho letto un bellissimo libro di una giovane scrittrice ebrea che ha scritto “Una notte soltanto Markovitch” (Ayelet Gundar-Goshen, ndr). Ogni volta che ho la fortuna e la grazia, di trovarmi tra le mani un libro bello e scritto bene, oltre ad arricchirmi culturalmente, sento che da loro assorbo qualcosa . E questi li considero i miei maestri.  

Secondo te questo libro può far bene alle coppie?

Si! Assolutamente si, perché fa capire quanto importante sia una continuità sessuale bella nella coppia, ci prospetta che la sessualità può venire meno come nel caso della malattia, quindi ci fa bene riflettere e valorizzare tutte le nostre capacità e potenzialità sessuali ed erotiche!

Cosa ti ha colpito, ti ha appassionato o ti ha emozionato di più nello scrivere questo libro?

Direi forse il viaggio. Io ho dovuto fare una ricerca geografica costante, nel senso proprio anche spiccio, tipo quanto ci impiega con il treno, se  prende il treno, se prende la cuccetta, da Donaueschingen nella Foresta Nera per arrivare a Vienna, che strada potrà fare da Vienna per arrivare a Budapest. Una ricerca geografica che ti fa conoscere l’Europa e diversi posti e dietro c’è anche la ricerca storica. E qui è emersa anche la mi curiosità come scrittrice un po’ geografica e storica, perché dovevo immergermi nella realtà europea degli anni ’80 che sono quelli della cortina di ferro. Lei per fare  il viaggio alla ricerca del bambino va avanti a tappe e arriva tardi e alla richiesta del marito di tornare a casa si chiede: “Torno a casa o  vado avanti a cercare questo bambino”. Prova ad immaginare negli anni  ‘80 una donna da sola che deve andare in Ungheria, deve andare in Serbia e deve varcare la famosa cortina di ferro. Quindi c’è anche questo suo patema, questi suoi timori di questo viaggio che va  avanti, ossia un viaggio nella geografia e nella storia. In più nel tragitto, degli uomini che incontra si sente attratta, e lei li cerca e di solito non sbaglia un colpo. Però in questo c’è un grossissimo rischio, perché tu non sai mai chi trovi. Lei li sceglie così, a pelle, perché c’è in una donna e anche nell’uomo questa reciproca capacità di trasmettere questi impulsi che ti fanno capire  che gli piaci oppure no.  Si capisce fra una coppia se ci sono delle affinità. Lei queste cose le avverte subito perché ha delle  grandissime capacità ricettive e sa benissimo che può toccarle anche un serial killer, eppure ci sta con molto coraggio, oserei dire.

Ho letto il libro di Franco Califano dal titolo “Il cuore nel sesso”. Alla domanda:”Perché un libro sull'erotismo?” ha risposto che per essere credibile ci vuole uno pratico”. Sei d’accordo?

Questa è la sua battuta. Questa risposta fa chiaramente riferimento alla credibilità delle sue parole scritte. Se qualsiasi libro che leggi non usa le parole più adatte per trasmettere un messaggio di verità, qualsiasi cosa scriva, tu lo chiudi dopo un po’ perché non è credibile. Quindi a maggior ragione Califano dice che se tu non hai provato di persona, non puoi scrivere o al massimo puoi tentare di scrivere, ma non in modo così credibile. Per quel che mi riguarda mantengo il segreto e al momento non posso esprimermi. Sicuramente ho lavorato in modo da essere credibile e la fatica grossa è che non è un erotismo a cliché, che si ripete come spesso succede anche nella vita quotidiana di coppia che è una cosa ripetitiva e che arriva alla monotonia finché arriva lo sfinimento del desiderio. Anche per questo ho voluto fare leva su queste diversità di esperienze  che acutizzano e arricchiscono la sfera sessuale. Perché secondo me non abbiamo ancora capito che l’erotismo va coltivato, va allevato come un orto, come un giardino, altrimenti diventa un ménage ripetitivo che perde del suo fascino e va a morire.

Un motivo per cui uno dovrebbe leggere il tuo libro?

Non vorrei sembrare quella che insegna, io questo lo faccio quando insegno matematica e scienze a scuola perché è il mio lavoro. Nel libro non mi sono mai posta questo pensiero di insegnare qualcosa a qualcuno, me ne guarderei bene, inoltre io non giudico mai nessuno. Tutti quelli che Anna incontra e sono personaggi tosti,  non vengono giudicati, non c’è un giudizio morale. Con il mio libro non voglio insegnare, tuttavia la diversificazione sessuale ed erotica che c’è, potrebbe nel lettore stimolare qualcosa, creare curiosità o anche il piacere di vedere che potrebbero accadere certe cose senza che uno diventi qualcosa di strano, di mostruoso che segue una naturalità. E’ un erotismo esplosivo che asseconda molte esplosioni che probabilmente abbiamo dentro e che regolarmente reprimiamo. Ecco la forza di Anna, la protagonista del libro. La maggioranza delle persone lascia queste cose a  livello onirico, di desiderio, di sogno perché non ha il coraggio di dirle e men che meno di provarle, però sono bisogni e istinti che abbiamo dentro e che abbiamo tutti. Le perversioni nascono proprio da questo, dai tabù e dal fatto che ad un certo punto a forza di reprimere, poi uno scoppia e l’erotismo diventa perversione proprio perché non è stato coltivato nel modo giusto.

Hai un sogno, un desiderio, un progetto che vorresti fosse realizzato?

L’editore mi aveva chiesto tre libri e gli ho detto che probabilmente non ne farò  nemmeno uno. L’occasione era importante e una casa editrice che mi propone di scrivere era un occasione stuzzicante. Nonostante le paure proprio per scrivere cose di questo genere, alla fine dopo tre giorni ho detto di si perché ho pensato che era l’occasione della vita. Mi sono detta: “Proverò con uno e vediamo come va”. Non ero sicura  di essere in grado perché un conto è scrivere racconti che hanno una durata e un tempo come “Rosso Riflesso” e un conto è scrivere una trilogia. Era un’impresa ciclopica quando me l’ha proposta. Quindi il mio desiderio è che questi due libri escano, vengano pubblicizzati, vengano compresi, che il primo abbia successo altrimenti il secondo forse non uscirà e rimarrà nel cassetto, perché è già pronto ed è più complesso ancora, forse anche più vivace del primo, e che la gente ne capisca lo spirito con cui è stato scritto. Qualcuno mi ha chiesto se potrebbe diventare un film. Ho risposto: “Le ambientazioni ci sarebbero, perché facciamo un excursus in Europa, i personaggi ci sono nelle loro varie caratteristiche, la storia c’è, quindi ci sono tutti gli ingredienti per diventare un buon film.

C’è da dire che un film non avrebbe il fascino del libro. Giusto?

E’ impossibile trasportare a livello cinematografico tutte le emozioni, tutte le sensazioni che tu come scrittore riesci a dare con le parole. L’immagine è insufficiente per bella che sia e per bravo che sia il regista. Il libro è tutta un’altra cosa, perché le parole hanno tutta un’altra potenza evocativa e narrativa dell’immagine e il film si basa sull’immagine.

Parliamo di scrittura. Per te scrivere è fatica mostruosa o divertimento assoluto?

Dobbiamo fare un distinguo. Divertimento assoluto non esiste perché secondo me un vero scrittore non si diverte, nel senso che scrivere non è una partita di tennis o andare a ballare la sera. Per entrare nello specifico c’è stato un giorno che per scrivere mezza pagina ho fatto quattro ore di ricerche. Non mi sono divertita, certo mi ha incuriosita e ho sudato perché come ti dicevo prima dovevo cercare dei dati. Poi arrivano quei momenti che trovi l’ispirazione e le parole scorrono veloci e allora arrivi a scrivere tre pagine e allora si che mi sento felice. Poi con la pratica cominci a diventare astuta e usi dei stratagemmi per auto salvarti. Uno dei miei stratagemmi è quello di non chiudere mai il computer senza che non ci sia già l’inizio del proseguo. Quindi quando riaccendo il computer il giorno dopo trovo già l’imput, proprio per evitare il blocco dello scrittore. Il blocco l’ho avuto una volta nel secondo libro ed è durato circa una settimana. Avevo la trama in testa però mancavano le parole, mancavano i momenti per la creazione di tutto per mettere in pratica quella parte di  trama. Dopo una settimana grazie anche all’aiuto di mio marito ci sono riuscita e il finale è volato.

Quanto ci hai messo a scrivere la duologia erotica?

Ho scritto i due libri in sei mesi. Molti non mi crederanno ma è così. Non chiedermi come ho fatto ma credimi è un record. Difatti ho mandato la trama in novembre e li ho finiti agli inizi di maggio. Il primo l’ho finito in febbraio.     

Quanto contano per te i libri?

Tanto. I libri sono la mia passione. Senza i libri la vita è dimezzata, perché il libro ti fa vivere. Tu vivi la tua vita ma i libri ti fanno vivere tantissime vite parallele alla tua. Cosa c’è di più bello di entrare nella mente degli altri, nelle vite degli altri rappresentate dai personaggi, nei sentimenti degli altri, negli accanimenti della vita degli altri, nei loro dolori e nelle loro gioie, nei posti degli altri che girano in tutto il mondo. E’ come poter frequentare durante la tua vita una miriade di persone come  fossero vere, che altrimenti non avresti modo di sapere neanche che esistono. Questo è la lettura per me, è la cosa più bella. 

Scrivere per te corrisponde a un’urgenza personale, ad una valvola di sfogo o è semplicemente una grande passione?

Credo che sia non tanto uno sfogo ma quasi un bisogno, perché dentro di me c’è  qualcosa che io non so dirti cosa sia, ma che mi dice che questa cosa devo metterla nero su bianco. Ti faccio un esempio semplicissimo che ti illumina. Noi a scuola  raccogliamo i tappi delle bottiglie per una onlus trentina che poi li usa per comprare e aggiustare i furgoni che servono per i poveri. Un giorno una classe ha  letto la mia “Lattina Argentina” e hanno voluto farmi un regalo. Questi ragazzi hanno preso questi tappi e  hanno costruito un pupazzetto per ringraziarmi del fatto che avevo scritto la “ Lattina Argentina”, un libro che li aveva divertiti tanto. Un giorno mi hanno chiamata nella loro classe e mi hanno fatto delle domande sul libro e alla fine, tutti felici e contenti, mi hanno fatto questo regalo. “Che bello – ho detto – ma come lo chiamiamo?”. Alla fine lo abbiamo chiamato “mister Tappetti”. I ragazzi tra una chiacchiera e l’altra mi hanno detto che sarebbe bello creare  una storia. In pochi giorni ho scritto la storia di mister Tappetti. Se vai su Amazon vedi  il mio “Mister Tappetti  cerca un’amica”. Ti ho raccontato questo per dirti come possono nascere delle storie. Il pupazzetto perché non resti solamente una serie di tappi messi insieme ho pensato che avrebbe quasi avuto bisogno di una sua vita e chi è che gliela può dare? Una  storia. Ecco da dove nasce la mia voglia di scrivere. Ad esempio con Anna Mandelli, protagonista di “Dissonanze erotiche”,  ogni passo che faceva non potevo lasciarla sola durante la settimana, durante i giorni perché sapevo che era lì che mi aspettava. Quindi non è neanche uno sfogo mio ma è quasi un senso del dovere verso questi personaggi inventati, però che alla fine diventano quasi veri e questo è il bello. Per me Anna Mandelli è come se fosse una persona vera. La mia dedizione a lei è proprio  quella che potrei avere non per un personaggio fittizio ma per una persona vera e questo mi stimola e mi tira fuori il meglio che posso fare per lei e per raccontare la sua storia.             

È più difficile iniziare un racconto oppure trovare il finale?

L’inizio deve essere corrispondente ad un flash, ad una folgorazione. Quando ho pensato alla trama ero nel buio totale perché dovevo fare una cosa originale, creare dei personaggi originali che non fossero il ricco, il bellissimo o quello che viene a prenderti con l’elicottero. Quindi creare un originalità in tutto e  magari anche in un posto diverso che non sia solo l’Italia o l’America. Chi potrebbero essere i personaggi? Dove è ambientato il racconto e che cosa fanno i personaggi? Il racconto è basato su questi tre canoni, ossia chi, dove e che cosa fanno. E lì, o hai l’illuminazione o non parti e resti lì continuando ad  arrovellarti. E’ dolorosa questa cosa perché non sai cosa fare, continui a rimuginare. Con l’editore al telefono avevamo parlato di ambientare la storia nell’Europa dell’est e mio marito che è un lettore molto attento mi ha consigliato di prendere in mano “Danubio” di Claudio  Magris, che proprio nell’86 ha fatto tutto il percorso fisico da Donaueschingen fino al mar Nero, percorrendo tutta la via del Danubio. Leggendo quel libro mi sono fatta  un’idea e ho trovato dei dati certi del percorso e da lì il luogo e il tempo ha iniziato a prendere forma. Trovato il luogo, il tempo e i personaggi, il quarto elemento importante è poi quello che succede. In tre giorni, con l’aiuto prezioso di mio marito, siamo riusciti a mettere insieme la trama. Il finale, se non è proprio un thriller dove tutti i nodo vengono al pettine, è la conseguenza di tutto quello che hai scritto e dopo  il bello è che puoi decidere vita, morte di tutti. Questa è la bellezza del finale, perché puoi dare un finale di speranza o un finale di dolore. Però il più difficile è iniziare un racconto, un libro.  

Hai mai fatto omaggio di un tuo scritto ai tuoi alunni?

Nel 2011 una mia novella fantasy per bambini ha passato una selezione ed è stata pubblicata dalla casa editrice CIESSE ed è andata a finire nel volume “Favole della mezzanotte” i cui proventi sono stati devoluti all’ospedale Gaslini di Genova per costruire delle strutture di accoglienza per i genitori che sono ricoverati in quell’ospedale. Passati i due anni il contratto è scaduto, ho recuperato la mia novella e ho pubblicato un libretto. Adesso appena consegneremo le pagelle gliene regalerò  uno a testa. 

Sei originaria di Vigo di Ton.

Si! Il mio libro storico “Zdenko, l’ultimo dei Thun” è nato proprio dal fatto che mi sono resa conto da quando è diventato museo che non sapevo niente di quel castello. Dalla casa della mia mamma vedi il castello a due passi. Se tu mi avessi chiesto a quel tempo perché ci sono i Thun e poi ci sono i Thun Hohenstein, perché Zdenko era Zdenko che non  era un nome trentino, io non sapevo darti una risposta. Impossibile una lacuna così. Allora mi sono messa a studiare la storia dei Thun e poi ho avuto la grazia di avere un amico, un persona di una certa età, che ha fatto il custode nel castello durante gli ultimi anni di vita del conte, che è stato appunto Zdenko Franz conte Thun Hohenstein di Boemia. Attraverso le sue interviste e tutto quello che mi ha raccontato, io ho messo insieme e ho romanzato la parte storica dei Tono, perché in origine si chiamavano Tono e in seguito il nome assunse la forma tedesca e sono diventati Thun e poi sono diventati Thun Hohenstein perché il ramo del conte Zdenko è venuto dalla Boemia nel 1926 e ha comprato  il castello che stava andando alla rovina. Nel mio libro ho voluto proprio dare merito alla famiglia di Franz e Maria Teresa Thun di Castelfondo e di Franz Thun Hohenstein perché si sono presi in carico il castello nel ’26 che era caduto in rovina in seguito delle disgrazie finanziarie di Matteo Thun del ramo di castel Thun che avendo perso il patrimonio non era più in grado di mantenerlo. Loro che cosa hanno fatto?  Pur di non lasciarlo andare in rovina, sono partiti dalla Boemia dove vivevano in un gran bel castello, quello di Tientsin, e sono venuti qui. E’ arrivato a Mezzocorona un treno con 18 carrozze piene di oggetti di ogni tipo per arredare il castello, mobili, arazzi, tappeti persiani, cassettoni a ribalta, stipi, divani, comodini stile impero, stufe ad olle, argenteria, porcellane, vetri da tavola, armi bianche, forzieri, carrozze, slitte, oltre a molti dipinti, che avevano nel castello di Tientsin in Boemia e hanno ristrutturato e arredato castel Thun e l’hanno conservato nel tempo. Se noi abbiamo castel Thun come lo vedi adesso è merito di questa famiglia.