Maria Latella (giornalista e scrittrice)             Roma 11.1.2018

                        Intervista di Gianfranco Gramola

Una giornalista che ha avuto il privilegio di cominciare la professione quando ancora c’era la possibilità di imparare da grandi maestri

Maria Latella è nata a Reggio Calabria il 13 giugno del 1957. La giornalista da dieci anni è un punto di riferimento dell'informazione politica di Sky TG 24 e conduce ogni domenica il suo programma, "L'Intervista", che ha ricevuto il Premio Ischia come miglior programma di attualità e politica. Maria Latella ha conseguito la laurea in Giurisprudenza. Editorialista del quotidiano romano «Il Messaggero», fa parte del board del Centro Studi Americani e del board Education di Samsung. Ha lavorato per il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera per ventitré anni, prima inviata di politica per il Corriere della Sera e poi direttore, dal 2005, del settimanale "Anna". Nel 2006 guida la trasformazione del periodico nel nuovo "A". Vive dividendosi tra Milano, Roma e Parigi.

Carriera

Dopo aver vinto una borsa di studio della FNSI e della FIEG, è stata assunta nel quotidiano genovese Il Secolo XIX, dove ha lavorato come cronista di giudiziaria e poi come inviata. In quegli anni ha collaborato con il network televisivo americano NBC, nella cui sede di New York ha maturato uno stage. Dal 1990 al 2005 e'stata al Corriere della Sera, prima a Milano e poi a Roma come inviata per la politica. Dal 2005 al 2013 è stata direttore del settimanale "Anna", rinnovandolo anche nella testata che è diventata "A" nel 2006. Dal 2013 è editorialista per il quotidiano romano Il Messaggero sulla cui edizione online gestisce anche Il blog Tendenza Latella.

Televisione

Maria Latella ha esordito nel 1996 su Rai Tre con "Dalle venti alle venti", programma di informazione politica. Nel 1998 ha condotto, sempre su Rai Tre, Salomone, un talk show di prima serata dedicato ai temi della giustizia civile. Nel 2005 è stata chiamata da Sky TG24 alla conduzione del programma di attualità e politica Sky TG24 Pomeriggio e da allora è uno dei volti noti della pay tv con il programma "L'Intervista", nel quale ospita ogni domenica autorevoli protagonisti della politica, dell'economia e della cultura.

Radio

Nel 2003 Maria Latella ha condotto su Radio 24 L'Utopista. Tra il 2004 e il 2005, sempre su Radio 24, ogni sabato ha condotto la rassegna stampa dedicata ai settimanali italiani e stranieri. Dal 2006 al 2015 ha avuto un appuntamento fisso con gli ascoltatori di RTL 102.5 nel programma condotto da Fulvio Giuliani e Giusi Legrenzi. Dal 13 settembre 2015 su Radio 24 conduce ogni domenica mattina "Nessuna è perfetta", trasmissione di attualità concentrata su donne e lavoro.

Libri

Maria Latella è autrice dei libri: Regimental. Dieci anni con i politici che non sono passati di moda (Marsilio, 2003) - Tendenza Veronica (Rizzoli, 2004-2009), prima biografia di Veronica Lario, seconda moglie di Silvio Berlusconi. - Come si conquista un Paese. I sei mesi in cui Berlusconi ha cambiato l'Italia (Rizzoli, 2009) - Il potere delle donne. Confessioni e consiglie delle ragazze di successo (Feltrinelli, 2015). - Fatti privati e pubbliche tribù. Storie di vita e giornalismo dagli anni sessanta a oggi (San Paolo, 2017).

Ha detto:

- La vita di un Paese migliora se il sentimento della vergogna smette di pesare sulla vittima e si ribalta sul carnefice. Finora chi veniva perseguitata si vergognava e chi perseguitava sentiva di poterla fare franca.

- Non ho simpatia per gli opportunisti, men che meno ne ho per i politici trasformati in baciapile per opportunismo. (17 gennaio 2008)

- Nel nostro mestiere il tradimento è frutto della competizione tra “vecchi” cronisti fuori di testa. Io non mi sono mai divertita tanto come negli anni in cui passavamo ore e ore sotto casa di Berlusconi a fargli la posta. Lì ci tradivamo a vicenda, in maniera anche spietata.

- Qualche anno fa non avrei mai accettato di farmi definire “direttrice”. Ora ho capito che è una questione di sicurezza in se stessi. Quando si è convinte del proprio ruolo, ci si può far chiamare tranquillamente anche avvocata. (8 aprile 2015)

- Non lasciamo che una ragazzina si riempia di vodka a scuola, come se fosse a campo de’ Fiori. Riempiamo la sua anima e le anime, i cuori, le menti di questi ragazzi. (25 gennaio 2018)

- Roma aspetta da almeno 50 anni una rete metro degna di questo nome e di una capitale. Bene il dibattito, ma per carità evitiamo di farne occasione per sospendere i lavori. Già abbiamo a che fare con la ricchezza archeologica del sottosuolo, una ricchezza – appunto – ma anche un’evitabile  fonte di rallentamento delle opere.  (18 gennaio 2008).

Curiosità

- Ha vissuto a Sabaudia fino a 18 anni e poi a Genova fino al 1990.

- Nel 1997 fu eletta «regina dei desideri proibiti degli italiani mettendo K.O. due inattaccabili sex symbol come Claudia Koll ed Alba Parietti.

- Il 15 giugno 2013 si è sposata a Parigi con il pubblicitario inglese Alasdhair Macgregor-Hastie Vice President della francese BETC . Testimoni di nozze Veronica Lario, ex moglie di Silvio Berlusconi e l'ex ad di Sky Italia Tom Mockridge. Celebrante Rachida Dati.

- Maria Latella ha una figlia, Alice, creative director che vive a Berlino.

L'ultimo libro di Maria Latella

Intervista

Com’è nata la passione per il giornalismo?

Come racconto nel mio ultimo libro, “Fatti privati e pubbliche tribù”, io sono cresciuta in una famiglia in cui si leggevano molti giornali. Ogni mattina veniva acquistato “Il Messaggero” e guai se, per sciopero o per qualche  altro motivo, mia madre, tornando da scuola, non trovava Il Messaggero. Come dicevo prima, sono cresciuta in una famiglia dove si leggeva un quotidiano al giorno, si comprava Famiglia Cristiana ogni domenica, si compravano alcuni settimanali. All’epoca c’era La Domenica del Corriere. Quindi io sono cresciuta in mezzo ai giornali, come racconto nel mio ultimo libro, avevo forse 8 anni, ma mi ricordo distintamente una bellissima inchiesta di Famiglia Cristiana, sui barboni delle Bowery a New York. Ricordo distintamente un servizio fotografico eccezionale e me lo lessi tutto di un fiato. In più mi piaceva scrivere e a scuola ero bravina e prendevo anche dei bei voti e scrivere era una mia passione, mentre purtroppo nell’aritmetica prima e nella matematica poi, alle medie e alle superiori, sono sempre stata molto in svantaggio. Questo per dire che sono cresciuta in una famiglia che mi ha messo un libro in mano fino dai due anni, dove guardavo le figure, e poi non me ne ha fatto mai mancare. Quindi scrivere, leggere e occuparmi dell’attualità del mondo era pane quotidiano per me. In più a 11 anni ho vinto una borsa di studio, scrivendo una specie di lettera-articolo ispirata, indirizzata ad un giornalista del Messaggero, Nino Longobardi, e  in questo tema spiegavo che mi sarebbe piaciuto molto fare il lavoro che faceva Longobardi, che all’epoca faceva il commentatore per il Messaggero. Vinsi la borsa di studio che mi è durata tutti i 5 anni di liceo e scrissi al famoso giornalista, dicendogli che grazie a lui avevo vinto la borsa di studio. Quando Nino Longobardi mi rispose con una lettera su carta intestata del Messaggero, fui non felice, di più, ero proprio al settimo cielo. 

Come ricordi la gavetta Maria?

Molto duramente. Io sono arrivata al giornalismo vincendo una borsa di studio, quindi sono molto favorevole alle borse di studio, perché ti costringono a superare un esame e se lo passi puoi anche lavorare. Siccome avevo mantenuto la buona abitudine di acquistare i quotidiani, all’epoca studiavo giurisprudenza a Genova, una mattina lessi un trafiletto su il Secolo XIX che annunciava il lancio di una borsa di studio. Settanta borse di studio per giovani diplomati o laureati che volessero intraprendere la carriera giornalistica. Fare la giornalista era il sogno della mia vita, solo che pensavo che il concorso lo facessero soltanto i figli dei giornalisti e i raccomandati. Allora come oggi non ho mai avuto qualcuno che mi raccomandasse, né l’ho mai cercato. Andai da mio padre e dissi: “Papà, hai visto? C’è questa borsa di studio?”. Lui mi disse: “Fallo subito”. “Ma saranno 70 posti già aggiudicati ai soliti raccomandati” risposi io. E lui: “Fallo ugualmente, provaci almeno”. Quindi partecipai al concorso che si tenne a Roma. Era il mese di marzo ed era veramente un concorso senza raccomandazioni. Nel mese di maggio ero a Genova dove stavo completando l’università e mi chiamò mia madre e con grande emozione mi disse: “Maria, è arrivato un telegramma dalla federazione della Stampa. Hai vinto una borsa di studio, sei arrivata terza”. Pensa Gianfranco che eravamo decine di migliaia a concorrere. Vinta la borsa di studio venni assunta al quotidiano genovese Il Secolo XIX e cominciai a lavorare.

Il mondo della carta stampata era come te lo immaginavi o ti ha un po’ deluso?

Io ho avuto il privilegio di cominciare la mia professione quando ancora c’era la possibilità di imparare da grandi maestri. Ho avuto grandi direttori, a cominciare da  Michele Tito, che mi fece scrivere il mio primo articolo sul terremoto dell’Irpinia. Ho avuto Carlo Rognoni, poi quando sono andata via da “Il Secolo XIX”, al “Corriere della Sera” ho avuto Giulio Anselmi, poi il direttore Paolo Mieli che nel 1993 mi ha mandato da Milano a Roma ad occuparmi di politica. Ho avuto la possibilità di lavorare con questi grandi maestri, in più negli anni ’80 ho cominciato ad andare negli Stati Uniti e ho seguito il lavoro al New York Times per un estate. Ero stata affidata ad un giovane cronista che si occupava della cronaca di City Hall e poi qualche anno dopo ho fatto uno stage al network televisivo americano NBC di New York e lì ho cominciato a capire come si muoveva il mondo della TV americana. Eravamo negli anni ’80, stava esplodendo il lavoro giornalistico in TV e anche quella è stata una scuola straordinaria. Avevo una grande giornalista che si chiamava Velma Cato, una afroamericana che in quegli anni era caporedattore nella sede newyorkese di NBC. Fu lei che mi disse “Una notizia non si molla mai, e se fai un’intervista in TV e  non ricevi una risposta soddisfacente, la domanda devi ripeterla fin quando non riesci ad ottenerla”. Ed è il criterio che cerco di seguire ormai da dodici anni nelle mie interviste.

Hai scritto molti libri. Mi ha incuriosito il titolo di uno di questi: “Il potere delle donne” (edizioni Feltrinelli). Mi racconti com’è nata l’idea di questo libro?

E’ nata dalla mia esperienza di direttore di un settimanale prevalentemente femminile che si chiamava “Anna” e con me diventò “A”. Quella esperienza durata sette anni come direttore, dove ho lavorato con energie femminili, mentre fino ad allora avevo lavorato in un mondo molto maschile, quello dei quotidiani, ho scoperto, quanto  energetico sia il potere delle donne. Per me potere vuol dire energia, possibilità di fare le cose, e poiché  mi rendo conto che quando si è una giovane donna si ha bisogno di guardare a dei modelli che non sempre ti vengono proposti, come in Italia, dove  si parla quasi sempre di donne del mondo dello spettacolo e quasi mai di donne che fanno le cose, allora ho pensato di raccogliere in un libro le storie di donne che ce l’avevano fatta per merito, perché caparbiamente avevano cercato il loro “posto al sole”, anche se in qualche caso erano “figlie di”. Nel “Il potere delle donne” c’è anche l’intervista a Barbara Berlusconi, c’è l’intervista a Luisa Todini, due figlie di grandi imprenditori, però donne che non si sono accontentate  di godere della fortuna di essere figlie di miliardari, ma che si sono date da fare per realizzare dei progetti. Ma poi, soprattutto, “Il potere delle donne” è il racconto di anni più difficili di quanto siano adesso, si parla degli anni ’60 - ’70, alcune donne sono riuscite a fare molto non solo per se stesse, ma anche nel contesto del loro lavoro. C’era Maria Tarantola, presidente allora della RAI, già con ruoli importanti in Banca d’Italia, c’era Fernanda Contri che è stata avvocatessa ed è stata, in ruoli molto importanti,  nel Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), poi a palazzo Chigi, con Giuliano Amato, ecc. … Molte donne scienziate, giudici, persone che costituiscono  un esempio, un modello per le ragazze italiane che vogliono farcela da sole, senza raccomandazioni. La cosa che più mi ha fatto piacere è che alle presentazioni del mio libro venivano spesso dei padri, che poi si facevano firmare il libro da me, dedicandole alle loro figlie, perché in tutte le storie che ho raccolto nel libro, emerge con forza la figura del padre che è molto importante nella formazione delle donne.

Come giornalista sei più amata, temuta o invidiata?

Devi sapere Gianfranco che nelle redazioni l’invidia è pane quotidiano. Enzo Biagi diceva: “La colleganza è odio militante”. Quindi non posso escludere che magari qualche volta io avevo una notizia importante e  per questo ero invidiata dagli altri, altre volte invece ce l’avevano gli altri e quindi  entravo io in competizione. Per natura trovo che l’invidia sia orribile, sia un sentimento molto negativo che non aiuta chi lo prova, anzi di solito gli fa commettere grandi errori. Io non lo pratico, mi tengo lontana dalle persone invidiose e credo che sia molto meglio così. La sola cosa alla quale tengo, ma questo anche se facessi un altro lavoro, è la reputazione. La reputazione è tutto nella vita delle persone, questo me lo ha insegnato mio padre.

Giornali, radio, tv. In quali di questi ambienti ti trovi più a tuo agio?

Fino al 2013 sono stata immersa nella vita di redazione, all’inizio a Il Secolo XIX, poi al Corriere della Sera e al settimanale “A”, a parte due anni in cui ho lavorato a Rai3, dove facevo una trasmissione dal titolo “Dalle 20 alle 20”. Quindi gran parte della mia vita professionale è stata dentro i giornali. Questa è stata un’esperienza molto importante per la mia formazione. Ancora oggi io comincio la mattina leggendo tutti i quotidiani possibili, però è anche vero che ho un impegno che prima era quotidiano e ora è diventato settimanale con Sky, e oggi devo dire che è una parte molto importante delle mie prestazioni professionali. La radio è un altro mezzo che amo molto. Ho una trasmissione settimanale la domenica, per cui io nel week end, sono il sabato in TV su Sky alle 18.30, e poi c’è la replica alle 11.30 della domenica, poi sono in radio la domenica mattina a Radio 24 con “Nessuna è perfetta”. Sono mezzi molto complementari. Quando il Messaggero mi chiede un commento su certi argomenti, come succede spesso, e come succede in queste settimane sul caso Weinstein o sulle candidate, mi piace dialogare con il mondo di chi legge i giornali e quindi lasciare una riflessione. Sono più commenti, che non voce degli altri, quello che penso io. Invece con la tv il mio compito è tirare fuori dall’intervistato quello che pensa lui, mai essere io la protagonista, ma lasciare a lui o a lei il loro spazio, è un lavoro molto interessante. Io non ho mai fatto delle interviste spettacolo e mai le farò. Mi piace lo stile di chi fa risaltare al meglio o al peggio a seconda di come uno è, l’intervistato.  La radio mi sta dando grandissime soddisfazioni. “Nessuna è perfetta” in tre anni è cresciuta tantissimo nella popolarità ed è un programma che si rivolge soprattutto alle donne che lavorano, ma ci seguono anche molti uomini e affrontiamo i temi più diversi, sempre legati al lavoro. Se parliamo di Milano, è perché è la capitale del lavoro femminile, oppure se parliamo della disparità di salario tra uomini e donne lo facciamo non da un punto di vista vetero femminista, ma da un punto di vista di miglioramento della vita nel paese, perché se più donne lavorano, cresce il prodotto interno lordo  e comunque si migliora la vita di tutti.

Un domani come vorresti essere ricordata?

Molti anni fa quando ho cominciato la mia avventura di direttore di un settimanale, una collega del Corriere della Sera mi fece la stessa domanda. Io le risposi che mi sarebbe piaciuto essere ricordata come la mamma di una bravissima antropologa, perché all’epoca mia figlia si stava laureando in antropologia. Poi mia figlia ha fatto un’altra carriera molto brillante, in cui, devo dirlo, è bravissima, ed è una delle poche donne, direttore creativo in pubblicità a Berlino, ormai da cinque anni, sulle campagne pubblicitarie della Mercedes. Quindi diciamo che mi piacerebbe essere ricordata come una donna che è stata utile alle altre donne del suo paese e anche ai giovani italiani, perché una delle cose che mi appassionano di più è andare nelle scuole a parlare, raccontare, ascoltare i loro problemi, le loro aspirazioni. Siamo alla terza generazione di emigrati, questo è un paese che ormai sta perdendo le sue migliori risorse e ci vorrà una riflessione molto seria su cosa significa questo per il nostro paese.

Hai dei progetti, dei sogni che vorresti realizzare?

Ho appena scritto il libro: “Fatti privati, pubbliche tribù” in cui descrivo un po’ la storia d’Italia dagli anni ‘60 ad oggi, vista con i miei occhi e intrecciata con alcune esperienze ed episodi della mia vita e facendo questo lavoro, ho veramente realizzato quanto sia stato importante per me, stare del tempo all’estero. Io sono stata tanto negli Stati Uniti come ti dicevo prima, ho fatto stage all’NBC di New York, ma ho anche seguito molte campagne elettorali americane. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo molto importante per la mia formazione non soltanto personale ma anche professionale. Ormai da dieci anni mi divido tra la Francia e l’Italia, perché mio marito è inglese e lavora a Parigi, è un pubblicitario. Ho una figlia che vive a Berlino e i figli di mio marito che vivono uno in Inghilterra e l’altro ad Amsterdam. Credo sempre di più, che i miei interessi  saranno sempre più proiettati tra l’Italia e l’estero e questo credo è un modo per guardare con occhio molto partecipe ma anche con un occhio un po’ più distaccato, quel che succede da noi.

Parliamo un po’ del tuo rapporto con Roma, Maria.

Io ho vissuto a Sabaudia fino a 18 anni, quindi a Roma ci venivo spessissimo. A Roma venivo con i miei genitori a fare spese. A Roma ho fatto il mio primo anno di università prima di trasferirmi poi a Genova. Roma è la città del mio cuore. La amo moltissimo, la trovo bellissima e ancora oggi, quando sono a Roma, tutte le mattine quando mi sveglio, guardo dalla finestra di casa mia i tetti della città, dell’Aventino e penso che sia un privilegio vivere qui.

Come vivi la città?

La vivo come una persona che cammina molto a piedi. Mi piace molto camminare lungo il Tevere, mi piace molto girare per il centro della città, non posso dire di godermela molto per quanto riguarda la vita notturna. Sono una che si sveglia molto presto al mattino e quindi la sera vado a letto presto. Devo dire che mi piacerebbe   fosse più internazionale. Negli anni ’60 - ’70 a Roma c’erano un sacco di manager delle grandi multinazionali, c’era una vita diplomatica molto intensa, insomma era davvero una capitale internazionale. Questo si è andato progressivamente perdendo perché ormai da anni le multinazionale sono andate via. Non ci sono più molti motivi, se non la bellezza, che attraggono i giovani stranieri perché si trasferiscano qui. Io credo molto nella contaminazione, nel fatto che le capitali sono affascinanti quando arrivano giovani da tutte le parti del mondo per una ragione precisa. Mi piacerebbe che questa capitale bellissima tornasse a diventare un polo di attrazione per i talenti del mondo. Questo è quello che le auguro.

In quali zone di Roma hai abitato?

Ho girato un po’ tutta Roma. Ho cominciato da corso Italia, poi sono andata ad abitare in piazza Regina Margherita, poi in corso Trieste. Poi mi sono spostata nel centro storico, in via della Chiesa Nuova, dove avevo una terrazza molto bella che si affacciava proprio sulla chiesa. Da nove anni abito nel popolare quartiere Testaccio.

Cosa ti manca di Roma quando sei via per lavoro?

A volte certi tramonti che solo a Roma ci sono e come dice mia figlia che vive a Berlino: “Lo straordinario mix di temperatura mite e di calore umano”. A Roma c’è una temperatura particolare. Oggi non è freddo ed è uno strano gennaio.

In quale Roma del passato ti sarebbe piaciuto vivere?

Forse mi sarebbe piaciuto vivere nel periodo dei Gracchi, quando si stava preparando la stagione della grandeur di Roma. Mi piacciono molto gli stati nascenti, trovo che siano molto belli e molto energizzanti. Io sono stata sin dall’inizio a Sky, ho vissuto lo stato nascente di questa televisione ed è stata un’esperienza bellissima. Quando decisi di andare a lavorare a Sky tutti mi dicevano: “Ma dai, non ti vedrà più nessuno”. Invece ora Sky è la TV dove tutti vorrebbero lavorare. Ho vissuto lo stato nascente e la trasformazione di un settimanale molto tradizionale e femminile, in un settimanale di news in cui si parlava di politica, in cui ho cercato insieme alla mia squadra di allora, di raccontare le donne contemporanee. Credo che sia molto bello vivere gli stati nascenti. Quando nel 1994 per il Corriere della Sera ho cominciato a seguire la politica che all’epoca vedeva lo stato nascente di un centro destra, con la Lega, con Berlusconi, ecc … anche quella è stata un’esperienza straordinaria, per cui la Roma dei Gracchi che preludeva a quella che poi fu l’esplosione della leadership romana nel mondo, doveva essere un periodo interessante. Complicato ma interessante.

Perché secondo te la sindaca Raggi riesce a fare poche cose per questa città?

Direi che sono decenni che si fa molto poco per questa città. Non c’è stato un progetto, ma del resto non c’è stato un progetto nemmeno per l’Italia negli ultimi decenni. Parlo di decenni. La Germania ha stabilito quello che voleva essere quando il cancelliere Gerhard Schröder varò delle riforme dolorosissime che però, insieme ad altre questioni legate ovviamente all’unificazione della Germania, all’euro, ecc …  hanno portato la Germania a diventare leader economica al mondo. In Italia sono almeno tre decenni che non c’è una visione del paese. Che cosa vogliamo essere? Vogliamo essere un paese in cui si fa ricerca scientifica ad alto livello al nord e si fa turismo al sud? Dobbiamo dirlo, lavorare, formare le persone per questo. Vogliamo essere un terreno di conquista per altri paesi? Bisogna dirlo e bisogna essere consapevoli che questo non è un destino che possa essere gestito sottobanco, perché poi gli effetti si vedono. Manca una visione per il futuro, quella che mi pare sia chiara nel discorso di capodanno del presidente Mattarella, che è l’unico che ha ben preciso e netto il problema, cioè di dare una visione a questo paese da qui a trent’anni. Lui è l’unico che ne parla.

Un consiglio alla sindaca Virginia Raggi?

Non credo di poter aggiungere un mio consiglio al lunghissimo elenco di consigli che in questi due anni le sono stati già indirizzati da tutti. Quindi vorrei evitare di aggiungere il mio. Quando la sindaca Raggi è stata ospite della mia trasmissione un mese fa, mi ha detto: “Questa mia amministrazione vuole fare qualcosa per il fiume”. Questo lo spero proprio. In qualsiasi città europea e non europea quando c’è un fiume, un lago o un corso d’acqua, queste fonti vengono usate, vengono fatte vivere. Roma è l’unica grande città al mondo che non ha mai valorizzato il suo fiume, il Tevere. Negli anni ’50 si sarebbe potuto fare molto per renderlo navigabile. All’epoca costava molto meno fare questa operazione gigantesca come quella che richiede, ma la colpa che faccio alle amministrazioni che si sono succedute nei decenni, è di aver sempre ignorato la forza del fiume, quello che il fiume poteva diventare per questa città. Spero che qualcosa si faccia ora, anche se sono realistica e so che oggi lavorare sul fiume, renderlo vivibile, renderlo un pezzo vero della città è molto costoso e anche  un po’ impraticabile. Se uno va a Londra e vede quello che hanno fatto nei decenni sul Tamigi, si meraviglia. Dobbiamo prendere esempio, ma purtroppo in Italia non prendiamo come esempio le cose positive.