Oliviero Beha (giornalista, scrittore e conduttore)        Roma 23.11.2015

                          Intervista di Gianfranco Gramola

Un professionista della carta stampata, della tv e della radio, capace di raccontare con puntualità giornalistica la cronaca, la politica, il sociale e il retrogusto paradossale del pianeta italico. La Roma che vorrei? E’ quella che non c’é, la Roma rispettata, quella dei monumenti, del prestigio del passato …

 

 Il sito ufficiale del noto giornalista è www.olivierobeha.it (Il primo blog civico nel segno di Zorro)

(biografia tratta dal sito ufficiale) 

Sono nato a Firenze nel 1949, laureato in Italia in Lettere (Storia medioevale) e in Spagna in Filosofia (Storia d’America). Inizio a fare il giornalista con TuttoSport e Paese Sera, del quale sono corrispondente da Milano. Dal 1976 al 1985 sono a Repubblica, come inviato, dove mi occupo di sport e società, con inchieste in molte parti del mondo seguendo le manifestazioni sportive internazionali più importanti a partire dalle Olimpiadi. Editorialista e commentatore anche politico per Rinascita, Il Messaggero e Il Mattino (e successivamente per l’Indipendente), nel 1987 inizio la mia attività televisiva con Andrea Barbato conducendo “Va’ pensiero”, un contenitore culturale in onda su Raitre tutte le domeniche. Ancora per Raitre, nella stagione 89/’90, conduco sempre con Andrea Barbato, all’interno di “Fluff”, la “Gazzetta dello spot”, un’analisi critica del mondo della pubblicità. Negli anni seguenti firmo, sempre per la Rai, inchieste e speciali televisivi in Italia e all’estero. Ancora per Raitre, nel 1991, progetto e realizzo “Un terno al lotto”, il primo programma televisivo dove domanda ed offerta di lavoro potevano incontrarsi: in due mesi oltre 2.600 persone hanno trovato occupazione grazie alla trasmissione. Nell’aprile 1992 dò vita a “Radio Zorro”, il programma di servizio di RadioRai più premiato negli ultimi anni: dopo tre stagioni di programmazione breve – venti minuti tutte le mattine sulle frequenze di Radiouno – nell’ottobre ’95 la trasmissione si fonde con lo storico “3131″. “Radio Zorro 3131″ diventa il caso radiofonico dell’anno: oltre 100 mila richieste di intervento piovono in redazione da tutta Italia e nel corso dell’ora e mezza di diretta arrivano in media 300 telefonate. Al successo radiofonico, che mi accredita come uno dei giornalisti più noti ed autorevoli nel panorama italiano della comunicazione, si lega quello televisivo: dal novembre ’95 al giugno ’96 conduco anche una versione televisiva di successo del programma: “Video Zorro”, prodotto dalla struttura di Videosapere, va in onda tutti i giorni, dalle 13,35 alle 13,55, su Raitre. Dal giugno ’96 al luglio ’97  sono in onda con “Attenti a quei tre”, trasmissione del Palinsesto Notturno della Rai dedicata ai problemi della giustizia, in onda, su Rai Uno e Rai Tre, con tre appuntamenti settimanali. Dal settembre 1998 sono di nuovo ai microfoni di Radiorai con “Radioacolori” in onda tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, su Radiouno, fino a quando – nel settembre 2004 – la tanto seguita trasmissione radiofonica viene improvvisamente soppressa. Sono autore di testi teatrali rappresentati, in stagione e festival, di numerosi saggi e di raccolte di poesie, che hanno vinto diversi premi: con All’ultimo stadio il Selezione Bancarella, con Anni di cuoio il Chianciano, con Inverso il Selezione Viareggio e il Biella, con Ripercussioni il Capua-Mediterraneo, etc. Nel novembre 2008 vanno in scena “Volevo essere Pasolini e Italiopoli”. Sono membro della sezione italiana del Club di Budapest. Sono tuttora editorialista in riviste a diffusione internazionale nonché relatore in convegni prestigiosi sul linguaggio, la comunicazione, l’ambiente, le istituzioni, lo sport. Ho scritto per l’Unità fino al 2008 mentre nel 2009 ha avviato una collaborazione come editorialista del Fatto Quotidiano. Ho vinto nel dicembre del 2000 il Premio “Mario Pastore – Giornalista per l’Ambiente” seconda edizione, indetto dalla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli). Ho vinto ad ottobre 2001 il prestigioso premio Guidarello per il giornalismo d’autore per la radiofonia. Dal 2001 al 2006 sono docente di “Sociologia dei processi culturali e comunicativi” alla Facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Dal 2008 al 2010 ho commentato sul Tg3 delle 19.00, ogni domenica, il campionato di calcio e ogni fatto di costume parasportivo oltre che occuparmi delle manifestazioni internazionali più importanti come Olimpiadi e Mondiali. Sono in onda dall’inizio del 2010 con il programma settimanale Brontolo, nella mattinata di Rai3, dedicato all’approfondimento di questioni politiche e sociali. Il mio primo romanzo, Sono stato io (Marco Tropea Editore, tre edizioni), è in libreria nel 2004. L’anno dopo pubblico Crescete & Prostituitevi (BUR) e Trilogia della Censura (Avagliano Editore). Nel 2006 è la volta di Diario di uno spaventapasseri (Marco Tropea Editore) e Indagine sul calcio (BUR, Oliviero Beha e Andrea Di Caro). Segue Italiopoli nel 2007 (Chiarelettere, prefazione di Beppe Grillo) e Il Paziente Italiano (Avagliano Editore) nel 2008. Nel 2009 pubblica il romanzo Eros Terminal (Garzanti editore) e nel 2010 Dopo di lui il Diluvio (Chiarelettere) . Nel 2011 pubblico Meteko, una raccolta di poesie che riceverà anche il Premio Laudomia Bonanni, e Il calcio alla sbarra insieme a Andrea di Caro (Bur). Nel 2012 esce in libreria il mio libro “Il culo e lo stivale” e nel 2014 “Un cuore in fuga”, edito da Piemme.

Ha detto:

- Ho dimostrato che una partita dei mondiali, vinta dall’Italia, era stata comprata e questo ha creato un pandemonio. L’Italia aveva vinto i mondiali, c’erano tanti interessi in gioco: sportivi, economici e anche politici (nell’82 Spadolini e Craxi erano a Madrid con la nazionale). Feci un’inchiesta in Camerun ma Repubblica non me la pubblicò mai. Ricevetti una lettera nella quale Scalfari mi diceva: “Non la pubblico per motivi che ti spiegherò a voce”. Non mi disse “non la pubblico perché non mi piace o è fatta male”.

- Sono stato finora troppo occupato con la vita, le battaglie, le batoste, soprattutto le angosce per angosciarmi con il pensiero della morte.

- Si ritiene che Internet sia uno strumento libero ed immune dalla censura, ma, molto spesso, esprimere delle opinioni che sono contrarie a quelle della comunità virtuale nella quale si è entrati è causa di censura da parte di moderatori ed amministratori. E questo accade anche in quelle comunità dove le parole democrazia e condivisione sono di casa. Ma allora la censura è radicata in ogni contesto organizzato?

- Le strade a Roma fanno letteralmente schifo non solo per la loro pavimentazione rifatta con una periodicità sospetta e molesta, quanto perché sono diventate glomeri di immondizia.

Curiosità

- Nel libro "Il culo e lo stivale" Franco Battiato scrive nell'introduzione:"Questo libro di Oliviero Beha è uno di quelli che lasciano il segno. Con la freddezza di un chirurgo, fa un'analisi caustica e spietata, prendendo di mira i paradigmi della cultura cintemporanea: la politica, la televisione (e la Rai), la pubblicità".

- E' autore di testi teatrali, di numerosi saggi e di raccolte di poesie, che hanno vinto diversi premi.

- Ha due rubriche su "Il Fatto quotidiano" dal titolo "Il badante" e "Ogni maledetta domenica".

- Il 25 marzo 2015 gli è stato conferito il Premio delle Arti Fiorentini nel Mondo, edizione 2014, per la categoria Arti Letterarie.

Intervista

Come ti sei avvicinato al mondo del giornalismo? Chi ti ha trasmesso la passione?

Io questa passione per il giornalismo non ce l’ho e non l’ho mai avuta. Ho la passione per la parola, per l’informazione e non è detto che questo coincida con il giornalismo, soprattutto di questi tempi. Io ho cominciato per caso a scrivere. Chi mi ha trasmesso la passione per la parola? Probabilmente un fratello di mia madre, filosofo molto famoso ai suoi anni, che è stato poi il maestro di Umberto Eco.

I tuoi genitori che futuro  speravano per te (che lavoro facevano)

Credo che sperassero che fossi felice tendenzialmente. Non avevano idea che avessi  un futuro di un certo tipo piuttosto di un altro. Sapevano che facevo molte cose. Io da bambino, a quattro anni, sognavo di fare il benzinaio, perché sotto casa mia c’era un benzinaio vestito di giallo e pensavo che uno vestito di giallo fosse una persona importante.

Chi è la penna più smagliante del giornalismo italiano?

Non lo so. In passato non avrei avuto dubbi. Oggi non ce n’è una, poi dipende con che stile scrive, oppure dai contenuti, perché non sempre le due cose coincidono. C’è gente che scrive benissimo, oppure addirittura contraffacendo le cose, c’è gente invece che scrive cose molto sensate ma con uno stile raggiungibile.

Scrivere per te corrisponde a un’urgenza personale, ad una valvola di sfogo o una sorta di dovere?

Se questa è la triade di ipotesi escluderei la seconda, cioè una valvola di sfogo. Direi che è una sorta di dimensione naturale. Mi viene naturale proprio come ho detto all’inizio, cioè perché amo la parola, quella parlata a quella scritta.  

Come spieghi il successo del tuo “Radio Zorro”?

Probabilmente perché sono stato il primo che ha usato forma e sostanza in un certo modo. Forma perché era senza problemi da parte mia, senza interessi di parte, di partiti politici e di padrini, ma ho cominciato a chiamare la gente in diretta come probabilmente molti cittadini sognano. A quell’epoca la risposta che ho avuto è spiegabile con la voglia che i cittadini avevano di intervenire, di sapere, di chiedere spiegazioni, giustificazioni ai vari tipi di potere contro i quali mi scagliavo quotidianamente cercando di capire motivi di soprusi, di burocrazia canaglia e altre magagne. Questo per la forma. Per la sostanza trasformavo in spettacolo la trasmissione. Perché era diventato quasi uno spettacolo radiofonico e certe trasmissioni sembravano degne di Totò, perché la realtà italiana arriva spesso al grottesco. Però io non mi occupavo come un comico, come un attore, come un doppiatore di spettacolo, ma mi occupavo di fogne piuttosto che di scuole, di ospedali piuttosto che della vita quotidiana della gente. Questo tipo di forma e l’importanza della sostanza, ha  generato questo composto che credo che non si sia più ripetuto nella radio italiana.

Dopo tanti libri di denuncia sulla nostra Italia, hai scritto “Un cuore in fuga”, dove racconti le gesta di un Gino Bartali eroe. Vuoi farne un riassunto e dirmi com’è nata l’idea e cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Parla soprattutto della persona di Gino Bartali. Bartali è stato un grande del ‘900, un grande di cui si sa poco o niente. Un grande corridore, ma non si sa della grande persona che durante un periodo tragico della vita italiana, cioè fra la tarda estate del 1943 e l’estate del 1944 ha fatto cose straordinarie mettendosi al servizio del cardinal Dalla Costa di Firenze per cercare di salvare la vita a molti ebrei e anche a antifascisti, partigiani e tutti quelli che ne avevano bisogno, rischiando la vita continuamente. Lui faceva il corriere, il postino, cioè quasi quotidianamente pedalava da Firenze a Perugia e ritorno e nascondeva nel telaio della sua bicicletta i documenti da falsificare in una tipografia di Assisi. Documenti che servivano per far scappare gli ebrei. Una figura meravigliosa, un grande del novecento. Mi è stato chiesto di farlo dalla casa editrice Piemme per la quale ho scritto questo libro, quando è uscita la notizia due anni fa che l'impegno del campione di ciclismo era stato riconosciuto giusto dal museo israeliano dello Yad Vashem (memoriale ufficiale degli ebrei vittime dell'olocausto nazista) di Gerusalemme. Io sulle prime ho pensato che di questo se ne sarebbero occupati giornali e libri naturalmente. Sbagliavo, perché dopo un paio di articoli non gliene fregava più a nessuno ed è rimasto il mio libro.

Dio cosa parlerà il tuo prossimo libro?

Il mio prossimo libro già esiste ed è un romanzo sull’età. Una coabitazione di spirito e corpo in una persona  di una certa età che però si sente un’età più giovane e con questi occhi guardano alla realtà contemporanea.

Come ti sembra la Tv di oggi?

Pessima. Pessima e naturalmente è corresponsabile del degrado italiano sul piano culturale. Ormai questo paese non ha più identità, non sa offrire ai giovano uno sbocco, non ha valori. In questi giorni, per esempio, dopo l’attentato di Parigi si parla giustamente dell’ISIS e del fatto di difendere i nostri valori. Per carità di Dio, quelli sono tagliagole e il discorso su di loro sarebbe lungo e non viene fatto quasi mai con la dovuta profondità, ma per quel che riguarda i nostri di valori mi domando se siamo sicuri di averne? La gente è più intelligente, più sensibile e più evoluta di una volta? Chi l’ha detto. Ormai l’intelligenza artificiale dei nostri prodotti tecnologici ha sostituito l’intelligenza della vita. 

Che rapporto hai con la Fede?

Un rapporto confuso, o impressionistico, o sentimentale. Voglio dire che definirmi un  ateo sarebbe improprio. Non è vero che dentro l’ateismo ci sia una profonda fede al contrario. Diciamo che non sono stato mai un cattolico praticante, ma non mi pento di essere nato cattolico e mi piacerebbe molto che ci fosse un aldilà. Me lo auguro.

Cosa ne pensi del nuovo Papa?

In questo momento tutto il bene possibile. Spero di non essere smentito, ma credo che sia e sia stata in questi ultimi anni la figura al mondo più importante in termine politico religioso. Il Papa è anche una figura politica, non è un caso che tutta l’apparizione del potere temporale della chiesa se anche non hanno guarnigioni e territori la chiesa rimane in parte un potere temporale.

Tu sei  fiorentino. Quando ti sei stabilito a Roma e come ricordi l’impatto?

Sono venuto a Roma con la mia famiglia abbastanza  presto, avevo 5 anni. Io con mia sorella che era appena nata e i miei genitori. Io sono nato a Firenze e sono stato un po’ a Firenze e poi sono stato a Milano perché mia madre era milanese e ci siamo spostati  per trasferimento di lavoro, mio padre era avvocato, e poi siamo stati ad Ostia e dopo un inverno ci siamo trasferiti a Roma. L’impatto è stato da ragazzino curioso. Mi sembrava di stare in vacanza.

In quale zona hai abitato?

Ho abitato quasi tutta la mia vita a Roma, in varie parti ma sempre in un quartiere particolare di Roma per certi versi contradditorio, per certi versi amabile, con grande storia alle spalle. Sto parlando di Montesacro.

Attualmente com’è il tuo rapporto con la città di Roma?

Il mio rapporto con Roma è di rimpianto, non della Roma che non c’è più ma della Roma che ci dovrebbe essere. Roma è una città rovinata da tanti punti di vista, Roma è uno spreco, Roma è meravigliosa soprattutto se arrivi o se parti. Parti da Roma con rimpianto per tornarci, ma per viverci Roma è faticosa, è una specie di trappola mortale.

La tua Roma in tre posti?

Naturalmente la mia Roma famigliare (Monte Sacro), sia per la mia famiglia d’origine, sia per la mia attuale famiglia. Una mia figlia è nata “casualmente” in Val d’Aosta. Io ho tre figli e  due sono nati a Roma e non è poco. Quindi quella è la mia prima Roma. Poi ho una Roma sportiva. Io ho passato molti anni della mia adolescenza a fare sport, quindi c’è tutta la Roma degli impianti sportivi dell’Acqua Acetosa, della Farnesina, dei campi di calcio. Ho conosciuto Roma attraverso i campi di calcio e ancora oggi so dove sono la maggior parte dei campi di calcio sia in centro, dove ce ne sono pochi, che in periferia dove ce ne sono di più. E’ una Roma che ai miei tempi, parlo di 40-50 anni fa era una Roma periferica, adesso sono quartieri centrali di Roma, è una specie di segnalibro il campo di calcio nei vari quartieri. La terza Roma è la Roma che vorrei e che non c’é, la Roma rispettata, quella dei monumenti, del prestigio del passato e questo basterebbe per quasi tutta l’umanità. Io sono nato a Firenze, un’altra città straordinaria, da questo punto di vista mancherebbe solo Venezia e poi le città d’arte le avrei fatte tutte. Roma comunque rimane davvero  la città più impressionante del mondo e il peccato è che sia ridotta così. La terza Roma a cui tengo particolarmente è quella che vorrei fosse rispettata, che vorrei rimanesse per tutti, perché è un patrimonio dell’umanità, vorrei rimanesse un’idea di storia che non si perde. Invece stiamo perdendo la memoria di tutto.   

Chi vedresti bene come sindaco di Roma?

A parte me, dici?

Perché no? Perché non ti candidi?

Uno non si può candidare a fare il sindaco di Roma, se qualche forza politica, qualche movimento di cittadini, ha interesse che tu possa provare a fare il sindaco a Roma con tutte le difficoltà, perché oggi il sindaco di Roma è chi fa meno danni visto come è ridotta, non chi ha la bacchetta magica per cambiarla in meglio da un giorno all’altro o da una amministrazione all’altra. E’ difficile e ci vuole tempo e Roma precipita anche perché il Paese precipita. Non c’è un’Italia che funziona e una Roma che precipita, ma c’è un Paese che precipita con all’interno una città straordinariamente importante come la sua capitale che precipita addirittura a una velocità maggiore di quella del Paese.  Francamente è quello che non voglio. Siamo passati da un  buon sindaco, parlo di Francesco Rutelli, passando poi gradualmente ad andare sempre peggio. Veltroni era superficiale e poi l’idea che davano Veltroni e Rutelli, cioè che si spartissero la città. Per questo ha vinto Alemanno. O meglio, Alemanno non ha vinto, hanno perso gli altri. Ora Alemanno non c’è più e quindi ci siamo liberati di questa figura tremenda che è stata e dopo di lui è arrivato questo marziano, come viene chiamato Marino, che è sproporzionato a tutto. Vorrei un sindaco bravo.