Stefania Squarcia (giornalista)                  Roma 28.7.2017

                        Intervista di Gianfranco Gramola

“La passione per questo lavoro e le soddisfazioni ti ripagano di alcune amarezze che a volte possono ruotare intorno a questo mestiere. Le qualità di un buon giornalista? La capacità di saper raccontare, mettendo al centro il fatto, evitando il personalismo”

 

Per contattare la giornalista la sua e.mail è s.squarcia@tv2000.it

Stefania Squarcia è nata a Fiume il 25 ottobre 1970. Ha studiato Giurisprudenza e Ingegneria Civile Idraulica presso l' Università La Sapienza di Roma. E’ giornalista professionista dal 13.3.2007 (già pubblicista dal 2003).

Esperienze professionali

Nel 1999-2000 lavora a Telenostra, realizza servizi chiusi, fa esperienza di girato e montato e conduce il tg.
Nel 2001- 2002 è a Canale 10 (Ostia), dove si occupa di cronaca e attualità.
Nel luglio 2005 è a TV SAT 2000, dove realizza servizi chiusi su arte e storia e servizi per il telegiornale.
Lavora in RAI dal '99. Inizia a Raisat Album, poi è programmista regista, si occupa di storie di cronaca nera e attualità, intervista ospiti
e realizza servizi esterni per diversi programmi: "I fatti vostri", "Piazza Grande", "UnoMattina" (per questa trasmissione è stata
inviata in Kosovo nel 2008).
Nel 2007 è autrice de " La notte dell’Agora'", in onda in prima serata su Rai Uno alla presenza di Benedetto XVI.
Dal 2008 lavora nella redazione di "Telecamere", dove si occupa di inchieste, servizi e interviste di politica, economia, società e attualità. A ottobre 2014 passa a TV 2000.

Radio
Dal 1996 al 2000 è a Radio Alfa 102: si occupa di cronaca e conduce il radiogiornale.
Dal 2001 al '04 è a Radio Punto Nuovo: realizza servizi di cronaca e attualità.

Intervista

Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stato la tua professione?

Non credo ci sia stato un momento preciso, oppure un evento particolare che mi possa dire: “Ecco cosa voglio fare nella vita”. Piuttosto direi che è una consapevolezza che è cresciuta dentro di me, giorno dopo giorno, finché si è fatta  spazio prepotentemente, così come ho scoperto che questo è un lavoro  che si riesce a fare solo se ne sei profondamente innamorato.

I tuoi genitori che futuro speravano per te?

Non un  futuro particolare, loro speravano che mi fidassi del mio istinto e che seguissi il mio cuore. Devo dire che loro sono due persone entusiaste della vita professionale che ho scelto, perché mi vedono felice.

Che lavoro fanno?

Mia mamma è medico dermatologa e mio papà è stato professore d’orchestra e ha lavorato 30 anni a Santa Cecilia. Tutt’ora ha un suo complesso di musica da camera e fa concerti in tutta Europa.  

Come ricordi la gavetta?

E’ stata abbastanza dura perché è stata costruita dalle basi, con i giornalini di quartiere e poi Tv locali e devo dire anche tante scarpe consumate, perché questo è un lavoro che si fa sul campo. Il tutto condito da sogni, da speranze e da tante aspirazioni, anche troppe (risata).

Ho letto che come inviata sei andata in Kosovo al seguito dei soldati italiani. Come ricordi quella esperienza?

Per me è stata una esperienza indimenticabile per tante ragioni. A partire dalle mie origini jugoslave. Quando sono nata c’era ancora la Federazione Jugoslava. Io ci sono stata con i soldati italiani del 2006, l’anno in cui il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza e che è stato riconosciuto da tanti stati, anche dall’Italia. E’ stata un’esperienza unica, un “tourbillon” di emozioni, accavallate da tante immagini, con tanti ricordi personali. Ricordo tante voci, tanti sguardi e soprattutto gli occhi dei bambini serbi con i loro nonni, perché vivevano con loro. I genitori hanno dovuto andare via a cercare lavoro altrove. Queste famiglie sopravvivevano in queste enclave serbe, in Kosovo, in condizioni veramente al limite, relegati nei loro villaggi, come delle riserve indiane. Poi c’era l’impegno dei nostri militari che garantivano sollievo e sicurezza. Questa era la loro missione, il loro obiettivo. Gli italiani hanno realizzato delle strutture civili importanti , essenziali e hanno garantito la sicurezza anche da ritorsioni etniche da parte mussulmana, ma anche la crescita culturale e l’istruzione della popolazione serba in particolare e anche quella rom, ancora presente nel Kosovo.

Il mondo del giornalismo era come te lo immaginavi o ti ha deluso?

Facciamo subito un distinguo, perché il mondo del giornalismo e il mestiere di giornalista sono due cose diverse. La passione per questo lavoro, le storie delle persone, gli incontri, le voci, i paesaggi, la gioia, il racconto che ti fanno, ti ripagano. Ti ripagano di alcune amarezze che a volte possono ruotare intorno al mestiere puro e semplice e che spesso possono rischiare di comprometterlo e condizionarlo.

Le qualità di un buon giornalista?

La capacità di saper raccontare, mettendo al centro il fatto, la notizia, evitando del personalismo. Quella è la qualità più grande.

Fra colleghi c’è più rivalità o complicità?

Il mestiere del giornalista è un lavoro individuale e anche quando sei in una squadra devi comunque garantire autonomia e libertà di pensiero e di espressione. Fatta questa premessa mi verrebbe da dire che c’è più rivalità, ma nell’accezione del termine. E’ benzina, è propulsione per un lavoro di questo genere.

Qual è stata la tua più gran soddisfazione? 

Una mia grande soddisfazione è stato il complimento che mi ha fatto una anziana telespettatrice di Tv2000, che mi ha detto: “Le cose che dici le fai capire a tutti. Questo per noi anziani è importantissimo”. Questa soddisfazione è proprio legata a  questo, alla conduzione del Tg. Nel 2014 quando sono stata assunta, c’era una sola edizione del Tg, alle 18.30, dopo il rosario. Poi è nata l’edizione di mezzogiorno di 15 minuti, dove c’é anche una rubrica culturale “Terza pagina” e nel 2016 è partita l’edizione delle 20.30 e qui ho il ricordo dell’emozione più grande, perché ho avuto il piacere di annunciare al pubblico la nascita di un’edizione tutta nuova. Mi hanno dato questo onore ed è stata una grande soddisfazione professionale.     

Durante il Tg hai mai fatto delle gaffe?

Ti dico la verità, Gianfranco, non me ne ricordo una, oppure sono stati molto generosi i telespettatori a non farmele notare troppo (risata). Forse qualche nome o parola sbagliata, qualche accento sicuramente, però non me ne ricordo uno. Meglio cosi.

Quali sono le tue ambizioni?

Quelle di una professionista che ama il suo lavoro.

A chi vorresti dire grazie?

A Lucio Brunelli, Paolo Ruffini, a mio fratello, alla mia famiglia, ai miei amici e ad  alcuni colleghi e a chi ha creduto in me e mi ha incoraggiata.

Parliamo un po’ di Roma, Stefania. Tu sei nata a Fiume. Quando ti sei stabilita a Roma?

Ero piccolissima, avevo due anni quindi a parte le origini mi sento romana. Sono venuta qui con mamma, papà, con mio fratello Nino e con nonna. Di quegli anni ricordo soprattutto i sacrifici dei miei genitori che dal niente hanno raggiunto tutti e due dei grandissimi obiettivi. Ricordo il primo stipendio di papà e quando andavamo in via Cola di Rienzo a comprare i supplì per cena. Seppur piccolina queste sono cose che mi ricordo bene. Sono molto orgogliosa dei miei genitori. 

In quali zone hai abitato?

Agli inizi stavamo in zona Battistini, poi ci siamo trasferiti a Roma sud, dalle parti di Mostacciano.

Attualmente com’è il tuo rapporto con Roma?

Io amo questa città, Gianfranco. La sento mia in tutto. Io qua c’ho fatto le scuole, ho la mia famiglia, il mio lavoro e le mie amicizie, ci passo il tempo libero.

La cucina romana ti ha conquistata?

Ti dico solo che sono una buona forchetta. Adoro le osterie romane di Trastevere e di Testaccio, come i ristorantini del ghetto, dove si mangiano degli ottimi carciofi alla giudia. Mi piace molto la carbonara, i saltimbocca ,le polpette e anche la trippa.

C’è un angolino romano che ami particolarmente?

Più che un angolo è un ponte che ha progettato mio fratello Nino, quando ancora era studente di ingegneria e poi l’ha visto realizzare su via degli Annibaldi, da dove si può ammirare il Colosseo, che è il più grande spettacolo del mondo. Un posto dove amo rifugiarmi è all’interno della basilica di S. Maria Maggiore, perché siamo molto legati alle icone da parte della famiglia di mia madre che è ortodossa, perché è metà serba e metà croata. Per cui amo le icone mariane. Lì ci sono anche le Salus populi romani. Altro posto che amo molto è la pineta di Ostia.

Cosa ti dà più fastidio di Roma … esiste una Roma da buttare?

Da buttare, no. Forse una Roma da cambiare, una Roma da migliorare, sulla quale lavorare. A volte può dar fastidio un certo tipo di atteggiamento. Un po’ più di gentilezza, di cortesia, anche di educazione sia civile che interpersonale, sarebbero graditi.  

Tradiresti Roma per andare a vivere in un’altra città?

Ho girato tanto per il mondo. Gianfranco, ma immaginare di vivere in pianta stabile in un’altra città, non ci riesco.

Cosa ti manca di Roma quando sei via?

Mi manca l’aria, l’atmosfera, la temperatura … è una questione proprio di pelle, d’istinto, di fiuto, di riconoscere casa, famiglia …