Cloris Brosca (attrice)
Roma 27.3.2025
Intervista di Gianfranco
Gramola
“La cosa che mi piace molto di Napoli è
questa maniera diretta di parlare con le persone, anche non conoscendole. Questa
cosa è molto piacevole perché ha a che fare con l’intraprendenza, con la
vivacità dei napoletani che vivono come se fossero su un palcoscenico”

Cloris Brosca è nata a Napoli il 16 febbraio
1957. Viene scoperta dal grande pubblico nel 1994, quando partecipa al programma
Luna Park nel ruolo della "zingara". Successivamente, dopo il successo
ottenuto in questo ruolo, il gioco finale con lei protagonista, oltre a
diventare il più amato e conosciuto, diventa un fortunato programma spin-off
itinerante che dura quasi 8 anni, condotto prima da Giorgio Comaschi, poi da
Stefano Sarcinelli. Anche a Colorado - Due contro tutti (dove si chiamava
"regina della piramide") e a In bocca al lupo!, nell'edizione
1998-1999, interpreta la "zingara". Ha condotto anche, dal 25
settembre 2000 al 29 giugno 2001, la trasmissione di Michele Guardì I fatti
vostri su Rai 2. Dopo aver partecipato saltuariamente alla serie TV di Rai 3, La
squadra, nel 2006 è nel cast della serie TV di Rai 1, Raccontami, per la regia
di Riccardo Donna e Tiziana Aristarco. Nel 2022 è la voce narrante, insieme a
quella di Lello Arena, del docufilm su Massimo Troisi, Il mio amico Massimo, per
la regia di Alessandro Bencivenga. Entra poi a far parte della soap opera Il
paradiso delle signore, dove interpreta Amalia Rubino, una cartomante.
Intervista
A cosa stai lavorando ora, quali sono i
tuoi progetti?
Sto facendo le prove di uno spettacolo
teatrale, un monologo scritto da Antonio Prisco che si chiama “Hostages” e
parla di una donna che a sprazzi e in maniera diciamo ad immagini, ripercorre un
po’ la sua vita, di una che è stata ostaggio
di droghe, di disagio mentale e di abusi. Però pur essendo un argomento
abbastanza grave, è raccontato con molta vivezza, anche perché lei ha
conservato una sua purezza, una sua ingenuità da bambina, per cui c’è più
di un momento in cui fa sorridere. Racconta in una maniera molto vivida e vivace
quello che le è capitato e da questo luogo di contenzione, in cui ha trovato un
piccolo rifugio, va ripercorrendo un po’ quello che le è successo e di volta
in volta si vede come fosse davanti a vari personaggi e così si racconta.
Com’è nata la tua passione per la
recitazione? Hai artisti in famiglia?
No, però i miei erano appassionati di
letteratura e portavano me e mio fratello a teatro sin da piccoli, per cui credo
che sia stata quella la cosa che mi ha colpito, che mi ha portato poi a decidere
di fare l’attrice. Da piccola sono andata a teatro e ad un certo punto ho
sentito la voglia, il desiderio di stare non più in platea ma dall’altra
parte.
I tuoi genitori ti hanno incoraggiata
nella tua scelta artistica o avevano in mente un futuro diverso per te?
Io da piccola amavo molto la matematica, poi
avevo una bella parlantina e pensavo o di fare l’insegnante di matematica
oppure, come i miei genitori mi consigliavano,
l’avvocato. Però poi quando hanno saputo che volevo fare l’attrice
hanno cercato di consigliarmi dicendo: “Ma che fai? Pensaci bene”. Ma
siccome io avevo già 18 anni e quindi ero adulta, hanno capito che era meglio
sostenermi, perché io poi, dopo aver fatto l’esame in accademia ed essere
stata presa, sarei andata a Roma con 200
mila lire, che sarebbero circa 500 euro di ora e avrei cercato lavoro. Quindi
hanno deciso di sostenermi anche facendo dei sacrifici, perché i miei anche non
facendoci mai mancare nulla, vivevano però di stipendio, per cui diciamo che
questo è stato un impegno economico per loro abbastanza forte per il fatto di
mantenermi a Roma, in una pensione,
la tessera dell’autobus e il cibo. Il teatro no, quello era gratis perché
avevo la tessera dell’accademia. Di questo devo dire che sono molto grata ai
miei genitori e mi sono resa conto dei sacrifici che hanno fatto quando ero già
grande.

Con quali artisti di riferimento sei
cresciuta? Chi sono stati i tuoi miti, i tuoi idoli?
Più che altro io in quel periodo badavo a
studiare, per cui diciamo che il punto di riferimento importante per tutti noi
era Orazio Costa, il nostro insegnante di recitazione, che è stato un pilastro
nel teatro italiano. Tanti attori sono cresciuti con lui. Quando ero piccola
vedevo il teatro in televisione, mi ricordo di Anna Maria Guarnieri, di Lina
Volonghi, Micaela Esdra, Ave Ninchi, Aldo Fabrizi, Paolo Panelli e Bice Valori.
Poi c’erano i sceneggiati televisivi come “Gian Burrasca” che fu molto
seguito e dove c’erano tanti attori bravi come Milena Vukotic, c’era Arnoldo
Foa’, Sergio Tofano per cui sono quelli gli attori che mi ricordo. Poi ebbi la
fortuna di debuttare con Tino Buazzelli, un bravissimo attore. Uscita
dall’accademia, dopo qualche anno che già lavoravo, mi è capitato di essere
in compagnia insieme a Gigi Proietti, un grande attore.
Ma Cloris è il tuo nome d’arte?
E’ il mio nome, che vuol dire ninfa. E’
il nome della madre di mia madre, una cosa molto tradizionale. Mia nonna in
realtà si chiamava Clorinda ma l’hanno sempre chiamata Cloris e poi ho
scoperto che Cloris è un nome greco, Cloris Cloridos che vuol dire verdeggiante
e Clorinda è una germanizzazione di questo nome.
Ho letto che hai lavorato con Massimo
Troisi. Un tuo ricordo?
Si, è stato in “Ricomincio da tre”, che
era il suo primo film. Mi ricordo che era una persona molto gentile, schiva, era
quasi timido. Ricordo quella volta che facevamo la scena del matrimonio, dove
fra l’altro c’era anche mia madre che partecipò come comparsa. C’era una
signora che faceva parte delle comparse che gli chiese: “Si può
fare in maniera che mi si
vedesse bene, che non fossi solamente presa di sfuggita?”. E lui allora, la
prese, le mise un braccio attorno alle spalle e per tutto il tempo la chiamò:
“A zì” come se fosse stata una sua zia e quindi per forza di cose,
abbracciata a lui, la macchina da presa, la inquadrò molto bene e la rese
felice. Una cosa che a lui non costava niente, un minimo di attenzione che
invece fece la felicità di questa signora. Mi ricordo questi suoi tratti di
gentilezza e di disponibilità, nonostante quello sia stato il suo primo film,
per cui sicuramente sarà stato anche preoccupato o preso dal lavoro, invece
aveva la capacità di avere queste piccole attenzioni.
Con il ruolo della Zingara, hai raggiunto
la notorietà. Come hai gestito la popolarità?
Siccome ero molto intenta a lavorare, non mi
accorgevo più di tanto, per cui facevo un po’ quello che mi chiedevano. Delle
volte mi chiedevano di andare ospite da una parte dove si faceva una cosa di
beneficenza o in un’altra manifestazione e io ci andavo. Dicevo un po’ si a
tutti quanti e non capivo bene come gestire la popolarità. Forse la cosa che
avrei dovuto fare, era utilizzare meglio “La zingara” come veicolo per il
teatro, che poi era la cosa che mi è sempre piaciuta di più. Con
questo personaggio non l’ho saputo fare. Finita “La zingara”, non
ho pensato di traghettare quella fama di quel personaggio in maniera più
graduale verso le cose che mi interessavano.

Teatro, televisione, cinema. In quali di
questi ambienti pensi di dare il meglio o ti senti più a tuo agio?
In teatro sicuramente, anche perché ne ho
fatto di più ed è dove ho fatto degli spettacoli
anche da sola. Ho scritto anche dei testi teatrali, ma più che altro ho
fatto parecchi spettacoli che avevano a che fare con la letteratura e la poesia
e quindi lì mi sentivo anche attrice oltre che autrice, che riesce a stare in
piedi anche da sola. Sicuramente penso di dare il meglio in teatro, anche se la
televisione e il cinema mi piacciono molto e se in futuro riuscirò a farne di
più, anche lì probabilmente mi sentirò più a mio agio. Però per ora il
teatro è il posto mio di elezione.
Ho visto una foto in cui sei in compagnia
di Fabrizio Frizzi.
Era una persona veramente molto buona e molto
disponibile. Ho detto più volte che Fabrizio era uguale davanti alle telecamere
accese e a telecamere spente. Disponibile con tutti e poi molto affabile. Quando
capitava che qualche concorrente prendesse dei strafalcioni, lui non infieriva,
non è che ci facesse delle battute sopra ma solamente con la sua risata
gioviale spontanea, tirava a prenderla così, a ridere, senza sottolineare
l’errore, la gaffe o la sciocchezza che veniva detta. Questa mi sembrava una
cosa molto carina verso i concorrenti che alle volte non essendo abituati a
stare in televisione erano molto
emozionati.
Quali sono le tue ambizioni?
Sicuramente l’ambizione è lo spettacolo
che sto facendo, uno spettacolo che mi piace molto ed essendo un personaggio
molto particolare, molto vivo, mi aspetto che colpisca il pubblico e spero che
questo spettacolo venga amato e che si possa distribuire un po’ dappertutto in
Italia. Diciamo che in questo momento sono queste le mie aspettative, le mie
speranze e i miei desideri. Poi c’è anche un altro spettacolo che ho fatto,
dove siamo in due in scena, con Gianni De Feo, che fa l’attore e anche la
regia. Anche questo spettacolo è molto bello e si chiama “La rosa non ci
ama”, di Roberto Russo. E’ incentrato sul delitto con cui nel 1590, il
musicologo Carlo Gesualdo, uccise la moglie Maria D’Avalos, scoprendola in
compagnia dell’amante Fabrizio Carafa. E’ uno spettacolo che mi piace molto
dove facciamo, oltre ai nostri due
personaggi, anche i personaggi di contorno che vissero la vicenda e furono anche
artefici e in qualche maniera responsabili del tragico epilogo che ebbe.
Per via del lavoro da Napoli ti sei
trasferita a Roma. Come ricordi l’impatto con la Città Eterna?
Mi ricordo che all’inizio ero abbastanza
intimorita da questa grande città, da tutte queste persone per cui l’ho
capito dopo, ma il primo anno stavo molto con la bocca chiusa e le orecchie
aperte, anche pensando di essere presa in giro per la mia napoletanità. Poi
piano piano mi sono rilassata e ho cominciato a capire che l’ironia e delle
volte il sarcasmo dei romani, è una abitudine che non ha niente a che fare con
la cattiveria. Siccome l’umorismo cambia da città a città, da regione a
regione, io all’inizio non lo
sapevo, per cui delle volte mi sentivo un po’ intimorita dal poter essere
ferita da queste battute un po’ caustiche che spesso fanno i
romani e poi invece nel tempo ho capito che è proprio un modo, una
maniera romana di fare, ma che fa parte di un modo di vivere la vita, di
sdrammatizzare e di cadere sempre in piedi.

In quali zone di Roma hai abitato?
Ho cambiato tantissime zone. Sono stata in
centro, a via dell’Orso ma anche sulla Tiburtina. Poi ho abitato per molti
anni al Quadraro che è un quartiere che sta quasi a Cinecittà. Poi a Via delle
Valli, sulla Nomentana e poi a Montesacro. Quando stavo al Quadraro ho
cominciato a fare “La zingara” per cui con quattro fermate della metro
arrivavo al lavoro, perché giravamo a Cinecittà e quindi per me era molto
comodo.
Cosa ti manca di Napoli ora che vivi a
Roma?
Con mio marito, napoletano pure lui, qualche
anno fa abbiamo comprato una casetta a Napoli, per cui ci torniamo spesso e
volentieri. La cosa che mi piace molto di Napoli è questa maniera diretta di
parlare con le persone, anche non conoscendole. Questa cosa coinvolgente di
sentirsi come se si fosse tutti sotto lo stesso tetto, come se si abitasse nella
stessa casa. Questa cosa è molto piacevole perché ha a che fare con
l’intraprendenza, con la vivacità dei napoletani, dei quali si dice, e forse
è anche vero, che vivono come se fossero su un palcoscenico. Vivono in una
maniera proprio vivida, recitando le cose che succedono, che non vuol dire
essere falsi, ma piuttosto dare molto risalto alle azioni, alla maniera di
parlare, all’essere molto colorati, molto gioiosi, molto vivi e anche vivaci.
Anche nel dolore c’è questa cosa di voler vivere fino in fondo le cose.
Per un’attrice o un attore, Roma è il
punto d’arrivo o il punto di partenza?
Un po’ tutte e due, nel senso che io non
sono più tornata a Napoli perché Roma comunque è un grande punto di lavoro.
Io ho cominciato proprio a Roma per cui per me è stato il punto di partenza e
anche l’aggancio con varie situazioni lavorative. Quando ho lavorato con
Edoardo De Filippo, ho lavorato a Roma, perché lui faceva le riprese televisive
delle sue commedie e anche quelle si giravano a Cinecittà e il mio aggancio è
stato a Roma, come anche con tante compagnie teatrali. Però, come tu dicevi
prima, è anche il punto di arrivo perché a Roma ci sono tante situazioni
lavorative interessanti, per cui è sicuramente un posto importante. Il fatto di
fare teatro a Roma è più importante che farlo in un piccolo posto di
provincia. Però questo non ha a che vedere con la qualità, nel senso che anche
facendo uno spettacolo in un piccolo posto, in un paesino sperduto, facendo bene
teatro, cioè calandosi fino in fondo nella parte, creare un gruppo con altre
persone, studiare in maniera accurata, quello porta a dei prodotti che
sicuramente non hanno niente da invidiare a dei prodotti che si possono fare nei
più famosi teatri italiani.