Ivano Bordon (ex calciatore)                         Monza 5.6.2025

                            Intervista di Gianfranco Gramola

“In questo libro l’ex portiere Ivano Bordon racconta la sua lunga carriera in mezzo ai pali e la sua vita fuori dal campo tra ricordi, aneddoti e curiosità. E’ il ritratto di un campione che ha saputo affermarsi nel  mondo del calcio imparando anche dalle  sconfitte e dalle delusioni”

Ivano Bordon, nato a Marghera nel 1951, è stato notato dagli osservatori dell'Inter mentre giocava per le Rappresentative Venete. Giunto a Milano da adolescente, è cresciuto nelle giovanili nerazzurre, vincendo due scudetti, due Coppe Italia e il prestigioso Torneo di Viareggio. Dopo aver difeso la porta dell'Inter per molti anni, nel 1983 si è trasferito alla Sampdoria, dove ha contribuito alla conquista della prima storica Coppa Italia per il club genovese. Ha concluso la sua carriera calcistica con Sanremese e Brescia, per poi diventare un rinomato preparatore dei portieri, affiancando Marcello Lippi nella Juventus e durante il trionfale Mondiale 2006, dove ha dispensato consigli preziosi a Gigi Buffon. La sua figura si distingue per l'eleganza e la sobrietà, qualità che gli hanno permesso di essere annoverato tra i più grandi portieri della tradizione italiana. In Nazionale è stato il secondo di Dino Zoff, partecipando al vittorioso Mondiale del 1982 in Spagna. Nel suo palmarès figura anche un Mondiale vinto con la Nazionale Militare.

Intervista

Ivano, come hai vissuto la finale di Champions Psg – Inter, dove la squadra italiana è stata sconfitta per 5 a 0. Ha sbagliato Inzaghi, erano più forti gli avversari?

Io sono uno che è stato calciatore, è stato tecnico e io non do giudizi. L’ho vissuta non bene, perché ho capito subito che sarebbe stato difficile contenere quel modo con cui loro attaccavano la squadra. Però pensavo che dopo un po’ si poteva forse cambiare qualcosa, il modo di affrontare gli avversari.

Parliamo del tuo libro “In presa alta”. Com’è nata  l’idea di raccontare la tua storia e qual è il messaggio che vuoi trasmettere ai lettori?

Volevo raccontare sin dall’inizio ai giovani e anche a quelli che non mi hanno visto giocare, quella che è stata la mia vita da bambino fino ai giorni nostri e trasmettere, specialmente ai giovani, i sacrifici fatti per cercare di arrivare ad una certa posizione ed avere sempre questa passione che bisogna avere per poter raggiungere quelli che sono gli obiettivi, quelli che possono essere gli obiettivi. Mi chiamano nei  club per raccontare il mio calcio, la mia storia.

Vuoi essere un esempio per i giovani.

Sicuramente, ho scritto questo libro con Jacopo Della Palma proprio per questo motivo. Ne ho la conferma nelle presentazioni del libro di essere riuscito a farlo capire, specialmente alle persone più giovani.

Hai iniziato a tirare i primi calci al pallone che eri giovanissimo. I tuoi genitori che  futuro avevano in mente per te?

I miei genitori non sono mai stati pressanti nei miei confronti. Mi hanno sempre lasciato fare quello che vedevano che mi piaceva, che facevo con voglia e che mi  divertivo. I miei genitori non mi hanno mai pressato, come penso che sia purtroppo al giorno d’oggi, che ti vogliono fare delle cose controvoglia. 

I tuoi genitori erano tifosi?

Mio papà ha giocato in serie D e in serie C con la Miranese, poi ha giocato nella primavera del Venezia quando in quella squadra c’era il papà di Sandro Mazzola, Valentino. Mio papà quando ancora era a casa mia, sarà venuto a vedermi giocare una volta sola. Non è mai stato pressante, come ti dicevo prima. 

Com’è nata la tua amicizia con Gabriele Lele Oriali?

Ci siamo trovati nelle giovanili dell’Inter e lì abbiamo iniziato la nostra carriera, l’abbiamo lasciata assieme lo stesso anno e nella nostra vita abbiamo tante cose in comune. Abbiamo fatto il militare assieme, ci siamo sposati lo stesso anno, lo stesso giorno, io e mia moglie siamo il padrino e la madrina della prima figlia di Oriali. Quando ho smesso di giocare, lui era direttore generale alla Solbiatese, una società vicina a Varese e mi ha chiesto se prima di tutto volevo ancora continuare a giocare nella Solbiatese e ho rifiutato dicendogli che se voleva potevo iniziare a fare l’allenatore dei portieri. Lui ha accettato molto volentieri e da lì ho fatto 4 anni alla Solbiatese e dopo sono andato all’Udinese, Juve ma con Oriali sono sempre stato in contatto. Quindi grandi amici, anche con le famiglie.  

Come valuti la tua carriera sportiva? Sei soddisfatto o hai dei  rimpianti?

Rimpianti no, devo dire che sono molto soddisfatto della mia carriera. Io ho fatto tanti sacrifici, però sono stati ricompensati dalla sorte, perché ci vuole sempre molta fortuna. Da una sorte che in certi momento mi ha aiutato, io penso però che la fortuna te la conquisti non viene da sola. Quindi penso di aver dato molto per poter arrivare dove sono arrivato. Ho avuto la fortuna anche di conoscere tanta gente e di fare qualche record.

Com’è nato il  soprannome “pallottola”?

Me l’ha dato Sandro Mazzola, agli ottavi di Coppa dei Campioni col Borussia Monchengladbach, nella quale parai un rigore che era stato causato proprio da lui. Lo disse ai giornalisti per commentare la mia velocità, rapidità e reattività che avevo in porta.

Il migliore allenatore che hai avuto e che ricordi con affetto e stima?

Io sono stato molto affezionato al mio primo allenatore che era Gianni Invernizzi che era venuto nel Veneto a vedermi prima di farmi fare la prova nell’Inter e poi l’ho avuto come allenatore negli allievi, allenatore nella Primavera e poi ho avuto la fortuna di averlo quando hanno esonerato Heriberto Herrera. Lui subentrò a Herrera e vinse anche lo scudetto con la prima squadra. Altri allenatori? Ne ho avuti tanti, però uno con il quale sono stato diversi anni, 5 all’Inter e 2 alla Samp è stato Eugenio  Bersellini.

Hai avuto anche Bearzot, giusto?

Si, Bearzot l’ho avuto con la Nazionale, ma con l’Inter Bersellini.

Da esperto portiere, due parole su Dino Zoff, Walter Zenga e Gigi Buffon.

Zoff è una persona molto simile a me, anche come carattere, di poche parole che cercava sempre di fare i fatti. Zenga l’ho avuto un anno come vice ed è un ragazzo esuberante ma con una buonissima qualità, che poi si è vista. Gigi Buffon esuberante anche lui con delle grandi qualità fisiche e tecniche. Mi hai detto tre nomi di portieri  super, ma vorrei aggiungere anche Angelo Peruzzi, che ho allenato io quando giocava nella Juventus.

Da giocatore, seguivi una dieta particolare?

Ho cominciato a fare il professionista, anche del settore giovanile, ma ai tempi l’alimentazione comprendeva un bel piatto di riso alla parmigiana, poi una bella bistecca e un buon contorno. Secondo me non era una dieta perfetta per un atleta, però parliamo del ’65/66. Poi passando nella prima squadra sono cambiati i modi di alimentarsi. Io sono uno che non mangia tantissimo, mangiavo il giusto,  quello che mi piaceva e non ero uno che si abbuffava anche dopo la domenica. Durante la settimana mi alimentavo penso bene e non ho mai avuto grossi problemi di stomaco.

Negli spogliatoi hai mai litigato con qualche giocatore o allenatore?

Mai, discusso sicuramente non tanto per i risultati, ma in quello che si era fatto in certe situazioni. Si correggevano le tattiche durante l’intervallo e alla fine partita, se le cose erano andate male, si discuteva dove si era sbagliato. Si discuteva su cose tecniche insomma.

Hai mai giocato per solidarietà, per beneficenza?

Si, ho fatto tanta beneficenza con i miei ex compagni di squadra. Andavamo spesso a queste partite per beneficenza. Qualcuna l’ho fatta e molto volentieri.

Ora che sei pensionato, cosa ti manca del calcio?

Il calcio è stata la mia vita e ho smesso, da diversi anni, anche di fare l’allenatore dei portieri. Per riempire la giornata sicuramente mi può mancare il campo e il poter andare in mezzo a dei ragazzi a insegnare questo sport. Ora sono arrivato a 74 anni e bisogna seguire quella che è l’età.

Cosa ne pensi degli stipendi d’oro che prendono i giocatori al giorno d’oggi?

Se glieli danno, fanno bene a prenderli (risata). Mi sembra che l’ambiente del calcio sia sempre stato un ambiente nel quale si diceva,  anche quando c’ero io, che i giocatori di calcio venivano pagati troppo. Ai miei tempi, dove giocavo io, venivano pagati meno di dove li pagavano da altre parti. Però il calcio è cambiato, si sta esagerando anzi, è già esagerato da qualche anno con quello che è lo stipendio dei calciatori. Però ripeto, se glieli danno, fanno benissimo a prenderli.

Oltre al calcio segui altri sport?

Mi piace molto il ciclismo, però mi piacciono le tappe di montagna. Mi piace il tennis, mi piace il basket e tutti gli sport in generale. Non sono molto tifoso perché mi stanco a vedere i circuiti automobilistici e di moto. L’unico che mi piace è il circuito di Montecarlo perché è un circuito che ti tiene più in apprensione. Mi piace e frequento il golf.

Hai dei rimpianti?

Nessun rimpianto. Mi considero fortunato perché sono arrivato a tutto quello che avevo intenzione di fare.