Josè Altafini (ex calciatore)
Milano 6.7.2025
Intervista di Gianfranco
Gramola
“In Italia, in tutti i settori, spesso
vanno avanti i raccomandati, in pratica vanno premiate le raccomandazioni e non
la bravura e il talento”
José Altafini è nato a Piracicaba (in
Brasile) il 24 luglio del 1938. Dopo aver giocato con il Piracicaba, la squadra
della sua città, e il Palmeiras, nel 1958 arriva al Milan per la cifra
all’epoca di 135 milioni di lire. Con i rossoneri gioca fino al 1965: vince
una Coppa Campioni nel 1963 e due scudetti (1958-59 e 1961-62). Tra il 1965 e il
1972 è al Napoli, poi passa alla Juventus dove resta fino al 1976: vinse altri
due titoli italiani (1972-73 e 1974-75). Chiude la carriera da calciatore tra
Chiasso (1976-79) e Mendrisio (1979-80). In serie A ha fatto 216 goal in 458
gare. E’ stato nazionale brasiliano e italiano: con i verde oro ha vinto il
mondiale 1958. Per anni è stato uno dei più popolari commentatori sportivi.
Intervista
La tua infanzia e i tuoi primi calci
con il pallone?
I miei genitori, Gioacchino Altafini e Maria
Marchesoni, erano di origine italiana. Ricordo che giocavo a piedi nudi per la
strada e le prime scarpe da calcio le trovai in una pattumiera. Studiare non mi
piaceva e allora mi sono adattato a fare un po’ di tutto, dal garzone a
scaricare camion di saggina e a lucidare mobili.
Quando sei arrivato in Italia e come
ricordi l’impatto? Che effetto ti ha fatto?
Sono arrivato in Italia nel febbraio del
1958, quando ho firmato per giocare nel Milan, subito dopo aver vinto il
campionato del mondo con il Brasile.
I tuoi miti, idoli?
Samuel Zizinho era il mio idolo. Era
considerato uno dei più forti centrocampisti brasiliani della storia.
Avversario più forte?
Tutti i centro mediani che mi marcavano erano
forti, ma Aristide Guarnieri era l’avversario più fastidioso.
L’impresa calcistica a cui sei molto
legato?
Era quella del novembre del 1963, la finale
della Coppa dei Campioni, vinta dal Milan.
L’allenatore che hai nel cuore?
Bruno Pesaola, che chiamavo “el Petisso”
(soprannome dovuto probabilmente alla sua statura, ndr) e Niels Liedholm, che mi
ha insegnato a tirare con il sinistro.

Cosa insegna lo sport?
Insegna la disciplina, a stare bene
fisicamente e il rispetto per gli avversari, la collaborazione e la capacità di
gestire anche le sconfitte.
Cosa ti piace del calcio italiano?
Mi piace perché da molto calore ai giovani e
quello che mi da fastidio è che l’Italia viene criticata, ma è un paese di
grandi sportivi.
Cosa ne pensi degli stipendi d’oro che
prendono i giocatori?
Non me ne frega niente. Io stavo bene quando
giocavo, però penso che troppi soldi siano la rovina di tutti. Questo argomento
è spesso oggetto di dibattito.
E’ vero che nel mondo del calcio spesso
vanno avanti i raccomandati?
In Italia, in tutti i settori, spesso vanno
avanti i raccomandati, in pratica vanno premiate le raccomandazioni e non la
bravura e il talento.
Oltre al calcio segui altri sport?
Seguo il golf, la pallacanestro e un po’
tutti gli sport.

E’ vero che ami molto Napoli?
Amo molto Napoli, perché ho dei ricordi
bellissimi, stupendi. Ho un legame
speciale con questa città. Napoli è la città della gioia e del divertimento,
ci arrivai che avevo 26 anni e diventati il Re di Napoli. Quando giocavo nel
Napoli ho giocato con Omar Sivori, un campione
talentuoso.
Ora fai il pensionato o fai altro?
Vivo ad Alessandria con la famiglia e lavoro
per una ditta che fa campi di erba sintetica, la Italgreen di Bergamo.
Un domani come vorresti essere ricordato?
Per quello che ho fatto e quando non ci sarò
più voglio che le mie ceneri vengano buttate nel Po’.