Margherita De
Cles (stilista)
Cles (Trento) 8.3.2026
Intervista di Gianfranco Gramola
“Ho
avuto la fortuna di poter conoscere il mondo, soprattutto incontrare culture e
tradizioni diverse. Ho vissuto e lavorato a New York e a Londra ma i periodi più
belli li ho vissuti in India e Africa”

Margherita De Cles è una stilista trentina
nota per la moda ecosostenibile e l'uso di materiali naturali, fondatrice del
marchio "La Cles" con sede in Val di Non (Trentino).
Con
formazione internazionale, ha puntato su seta
e produzioni eco-compatibili, diventando anche vicepresidente di Unimpresa Moda.
Dopo
esperienze formative all'estero, ha fondato il suo atelier a Cles, in Trentino.
La sua moda è incentrata sulla sostenibilità ambientale, l'eleganza e la
valorizzazione del territorio, con l'obiettivo di produrre seta in Italia.
Conosciuta come "stilista dei vip", ha assunto il ruolo di
vicepresidente di Unimpresa Moda nel 2019. Nel 2021 ha espresso il desiderio di
aprire un'accademia dedicata alla moda etica. L'atelier, attivo dal 2015 circa,
unisce lusso, stampe originali e uno stile di vita orientato al rispetto
ambientale, celebrando nel 2025 e i 10 anni di attività.
Intervista
Quando
ti sei avvicinata al mondo della moda, com’è nata questa passione?
Ho
avuto il privilegio di crescere in un ambiente dove bellezza e eleganza erano
sovrane e hanno designato il mio senso estetico. Gli stucchi, i colori audaci e
le tappezzerie damascate hanno segnato la mia infanzia, ma la mia prima icona di
moda è stata mia madre. Ricordo ancora intrufolarmi nei suoi armadi dove erano
custoditi con cura capi di stilisti italiani e francesi e provare tacchi e per
la prima volta la seta… Erano gli anni in cui l’estetica era al centro del
mondo e le passerelle ospitavano le modelle più pagate della storia. Le bambole
erano per me manichini su cui cucire bizzarri vestiti con scampoli di tende e
tappezzerie.
Con
quali stilisti di riferimento sei cresciuta? Ci sono stati i tuoi miti, maestri?
Sono
cresciuta vestendo D e G e Just Cavalli, le linee che all’epoca erano dedicate
alle giovani. Ho sempre amato il colore e l’animalier, ma soprattutto da
adolescente cercavo di esprimere una femminilità audace. Se dovessi parlare di
maestra sicuramente sarebbe la figura di Coco Chanel, pioniera nel lanciare il
tailleur pantalone o togliere il corsetto negli anni ruggenti in cui ha
accompagnato la donna a un grosso cambiamento dalle proprie abitudini. La donna
non è più sola da ammirare ma agisce.
I
tuoi genitori che futuro avevano in mente per te?
Mio
padre da buon studioso e tradizionalista, mi aveva già indirizzata verso studi
collegati all’attività che ha gestito con i fratelli nel campo del commercio
e viticoltura. In parte ho cercato di accontentarlo formandomi con gli strumenti
del marketing e della comunicazione, anche con dei periodi in aziende estere che
si occupavano di import export di vino e produzione e vendita di vino.
Dall’altro canto assecondava anche l’altra passione della moda, portandomi
dal suo sarto o mandandomi a qualche corso di cucito…

Quali
sono state agli inizi le prime difficoltà?
La
prima vera difficoltà è stato comprendere quale fosse davvero il mio stile e
il tipo di donna che volevo rappresentare. E’ stato un percorso lungo e
profondo, di apertura, di viaggi, di approfondimenti interiori e culturali.
C’era la paura di sbagliare, di mostrarsi, di non essere accettata e capita.
In Europa non trovavo il modello che rappresentasse per me la donna. I viaggi in
India e Giappone mi hanno insegnato attraverso i capi tradizionali, sari e
kimono la mia idea di femminilità.
Dieci
anni fa hai aperto l’atelier a Cles. Hai dei collaboratori? Staff?
L’Atelier
è stato aperto in primavera con l’entusiasmo e la voglia di condividere le
mie creazioni con gli altri. Ho avuto diversi collaboratori, sarte stagisti che
sono stati per me fonte di gioia e condivisione di idee, sogni e progetti.
Le
tue prime creazioni?
Il
primo abito si chiamava Viaggio, un biglietto da visita in cui stampe, colori
vivaci e tagli freschi celebravano uno stile che non voleva prendersi troppo sul
serio.
Il
primo comandamento di una stilista e qual è la tua specializzazione?
Uno
dei primi comandamenti per me è “less is more”, a volte ci si fa prendere
dall'entusiasmo di un colore particolare o di accessori unici, dimenticando che
il vero protagonista è chi lo indossa. Ci vuole equilibrio, armonia e senso
estetico. La mia vera passione sono i tessuti e tutto ciò che c’è attorno
agli accessori, dai bottoni, alle perline e passamanerie… perdo ore ai
mercati, mentre nei negozi o i cosiddetti mall evito spendere il mio tempo. Amo
le piccole botteghe, quelle perle nascoste nelle città o nei piccoli borghi e
quartieri, dove posso vedere di persona colui che crea…
Nella
creatività dei tuoi vestiti c’è più fantasia, metodo o studio?
In
ciò che creo penso che ci sia un buon equilibrio tra fantasia soprattutto per i
dettagli anche se cerco sempre di rispettare il sistema delle sezioni auree.
Tre
aggettivi per definire la tua moda?
Elegante,
audace e pop chic.

Qual
è la tua filosofia nel campo della moda?
La
mia filosofia vuole essere un manifesto di “Edonismo responsabile”, bellezza
ma consapevole, nel rispetto della natura grazie all’uso di materiale come
seta e realizzare capi di qualità e senza tempo che accompagnano una vita.
Qual
è il particolare nell’abbigliamento che fa la differenza?
Per
me la differenza lo fa il cliente che desideri che lo rappresenti grazie
all’uso del colore che gli dona di più, alle forme e i tagli del capo che
valorizzano la silhouette.
La
stilista Alberta Ferretti ha detto: “E’ il corpo che veste l’abito”. Sei
d’accordo?
Sono
assolutamente d’accordo. Ogni donna ha diritto e deve sentirsi bella con un
abito indipendentemente dalla taglia. La bellezza parte in primis da dentro e più
una donna è consapevole del suo potere e se stessa, più emana tale armonia con
l’abito che indossa anche senza essere una mannequin.
So
che viaggi molto per avere ispirazione per i tuoi vestiti. Il paese che più ti
ispira?
Ho
avuto la fortuna di poter conoscere il mondo, soprattutto incontrare culture e
tradizioni diverse. Ho vissuto e lavorato a New York e a Londra ma i periodi più
belli li ho vissuti in India e Africa. Una volta almeno all’anno vado a
Marrakech, dove tanti stilisti andavano a svernare e l’India dove trascorro
lunghi periodi anche perché pratico yoga e frequento resort di ayurveda, ma
soprattutto per riempire gli occhi di colori, ammirare e apprendere i loro
ricami tradizionali.
E’
vero che ti sarebbe piaciuto vivere ai tempi del Rinascimento? Perché?
Il
Rinascimento ha portato l'avvento della sezione Aurea, portando armonia ed
equilibrio perfetto tra architettura, pittura e natura. In quel periodo il
Clesio è stato un grande promotore della cultura ed estetica, egli costruì il
magno Palazzo e diverse chiese usando marmo rosso, materiale pregiato per
l’epoca e chiamando artisti come Fogolino a dipingere e sottolineare il
proprio potere.
I
colori che più ami e qual è il potere dei colori?
Da
sempre il mio colore preferito è il rosa in tutte le sue nuances,
preferibilmente acceso. Il rosa rappresenta femminilità, ma ricorda il rosa
confetto o lo zucchero filato. E’ un colore che fu usato anche in prigione sui
muri delle camere dei detenuti, con il risultato di dare pace e calmare il
sistema nervoso.
Il
tuo tessuto preferito?
La
seta per me è il tessuto del cuore, è una seconda pelle, tiene freschi
d’estate e riparati dai freddi dell’inverno. E’ un tessuto che rispetta il
corpo anche da fattori energetici esterni. Si trova in natura ed è uno dei
tessuti più antichi dopo il lino e la lana. Amo usare la seta satin per un
abito che si appoggia su delle forme o crearne nuove con il taffetà e lo
shantung. I colori sono davvero unici e luminosi.

Cosa
non deve mancare mai nel guardaroba di una donna?
Nel
guardaroba di una donna non deve mancare un tailleur, un tubino e un abito da
sera, tutto rigorosamente seguendo la propria palette cromatica. Grazie allo
studio del colore (armocromia) si definiscono i colori che ci caratterizzano e
valorizzano.
La
moda è globalizzata secondo te?
C’è
una crisi di identità nel modo di vestire. Purtroppo negli ultimi anni vedo che
le multinazionali sono sempre più presenti anche nei piccoli centri, mentre le
botteghe chiudono. Anche molti marchi importanti italiani sono stati comprati da
grossi gruppi stranieri. Anche se nuovi piccoli artigiani sfidano il mercato
creandosi delle loro nicchie e portando avanti tradizioni e mestieri.
Dopo
una sfilata temi più il giudizio del pubblico o della critica?
Ogni
sfilata è una grande emozione, ma in quel momento sono focalizzata sulla resa
della spettacolo che al giudizio degli altri. Ognuno ha il suo gusto e stile e
sono consapevole di non poter piacere a tutti.
Prima
di una sfilata hai dei rituali, dei riti scaramantici?
Non
ho alcuno tipo di rituale speciale.
Quali
sono le tue ambizioni e i tuoi progetti?
Uno
dei miei desideri che sto già realizzando è di creare una piccola scuola di
formazione alla sartoria e moda, per bambini e adulti. Un hub nel cuore di Cles,
dove si incontrano culture e tradizioni, tramandando mestieri antichi e arti,
tenendo viva la creatività e l’uso delle proprie mani.