Valeria Cavalli (attrice)
Torino 6.12.2024
Intervista di Gianfranco
Gramola
“In questi giorni è uscito il film di
Natale in versione americana “Ops! E’
già Natale” dove ho recitato con Andie MacDowell e Danny De Vito. Il mio
ruolo è quello di una signora non più tanto giovane, che crede ancora
nell’amore e spera di ritrovare una persona
che aveva conosciuto dieci anni prima”

(foto di Davide Bonaiti)
Valeria Cavalli è nata a Torino. Dopo aver
iniziato la sua carriera come modella, soprattutto nel campo delle fotografie
pubblicitarie, Valeria Cavalli ha deciso di intraprendere la strada della
recitazione. Ha debuttato, quindi, al cinema nel 1982 con il film Bomber, per la
regia di Michele Lupo. Da allora ha interpretato diversi film e fatto parte del
cast di moltissime serie televisive popolari e di successo, tra cui Un posto al
sole. Oggi Valeria cavalli divide il suo lavoro tra l’Italia e la Francia,
dove spesso lavora in produzioni europee importanti.
Dopo aver debuttato sul grande schermo nel
1982 con il film Bomber, regia di Michele Lupo (1982), l’attrice torinese ha
lavorato nel mondo del cinema accanto a colleghi e registi di fama
internazionale. Nella sua ultra decennale carriera, Valeria ha mostrato la sua
versatilità di attrice e ha fatto parte di diversi film, tra cui La casa con la
scala nel buio, regia di Lamberto Bava (1983); Thunder, regia di Fabrizio De
Angelis (1983); I guerrieri dell’anno 2072, regia di Lucio Fulci (1984);
Giochi d’estate, regia di Bruno Cortini (1984); Prima del futuro, regia di
Ettore Pasculli, Fabrizio Caleffi e Gabriella Rosaleva (1985); Via
Montenapoleone, regia di Carlo Vanzina (1986); Stanno tutti bene, regia di
Giuseppe Tornatore (1990). Tra i suoi ultimi lavori, in ordine di tempo,
ricordiamo le pellicole di successo Supereroe per caso, regia di Philippe
Lacheau (2021) e Il colibrì, regia di Francesca Archibugi (2022).
Intervista
Ho letto che è uscito in questi giorni
il film di Natale in versione americana “Ops!
E’ già Natale”, dove hai recitato insieme a dei mostri sacri del
cinema americano. Come hai vissuto questa esperienza e qual era il tuo ruolo?
Il mio ruolo è quello di una signora che non
più tanto giovane ed è rimasta vedova, che ha avuto un’avventura, che crede
ancora nell’amore e spera di ritrovare questa persona che aveva conosciuto
dieci anni prima. Quindi è un animo puro, è un cuore ingenuo che crede ancora
a Babbo Natale. Questa avventura è stata bella perché ho recitato non solo con
Andie MacDowell, ma anche con Danny De Vito, Lucy De Vito, Wilmer Valderrama e
con Francesco Salvi, che è un amico e mi piace tantissimo. Avevo intorno a me
grossi calibri e questo fa sempre piacere perché rende il tutto molto più
interessante quando si recita. Il film è diretto da Peter Chelsom.
I tuoi prossimi impegni?
Io sto girando la seconda stagione di una
serie televisiva francese che si chiama “Le Daron” a Bordeaux e quindi vado
avanti e indietro dalla Francia in questo periodo, scioperi permettendo. Poi dei
progetti più in là non ne parlo per scaramanzia. Parlo solo delle cose che sto
facendo o che stanno uscendo.
Mi racconti com’è nata la passione per
la recitazione? Hai artisti in famiglia?
In famiglia come artista avevo mio nonno ma
non c’entra niente. La passione è scaturita quando frequentavo le prime tv
private, quando ero liceale e lì ho conosciuto degli attori di teatro di Torino
che lavoravano in questa tv privata e che mi hanno consigliato di fare dei corsi
di recitazione dicendomi: “Magari ti piace”. Ho seguito i corsi al teatro
Nuovo e in effetti ho scoperto un mestiere che mi piaceva. Poi ho continuato
facendo la modella e facendo moltissime pubblicità, però mi rimaneva sempre
dentro il fatto che questo era il mestiere che mi attirava. Quando finalmente è
arrivata l’occasione di venire a Roma e trovare un agente, mi ci sono buttata
a capofitto.
I tuoi genitori come hanno preso la tua
scelta artistica? Avevano in mente un futuro diverso per te?
Io sono sempre stata libera di scegliere
quello che volevo fare, ma sicuramente mio padre sperava che mi laureassi.
Purtroppo avevo preso l’indirizzo sbagliato che era economia e commercio che
era proprio all’opposto del mio sentire e dopo un paio di lezioni ho capito
che economia aziendale non faceva per me, per questione di etica più che altro,
perché se mi fossi laureata in economia e commercio avrei potuto approfittarne
per dare una svolta a certe cose che non mi piacciono, ma non sono stata così
lungimirante e ho preferito abbandonare quella facoltà. Poi mi sono iscritta ad
agraria, una facoltà che si avvicinava di più alla mia indole, ma oramai avevo
iniziato a lavorare e ad agraria bisognava frequentare le lezioni ed io vivevo a
Milano e prima ero andata a Parigi, insomma non avevo più tempo per agraria e
allora ho continuato a lavorare. Quindi i miei genitori mi hanno sempre lasciato
fare.
Ho visto che hai lavorato con molto
artisti. Un tuo ricordi di Stefania Sandrelli e di Marcello Mastroianni.
Con Stefania Sandrelli è stato il primo
lavoro che ho fatto ed era “Lulù - Il vaso di Pandora”, con la regia di
Mario Missiroli, grande regista teatrale. Eravamo negli studi Rai di Torino che
allora erano quelli che lavoravano forse più di tutti per le fiction, che
allora si chiamavano sceneggiati e poi quello era addirittura in teatro, mi
ricordo che provavamo di come si fa teatro, prima la lettura, poi la prova in
piedi e Stefania Sandrelli era già un mostro sacro all’epoca. Io facevo la
sua cameriera e me la divoravo con gli occhi, soprattutto quello che mi
interessava era vedere il suo rapporto che aveva con Missiroli, il rapporto
regista-attore che era molto interessante. Quando ho lavorato con Mastroianni io
avevo già un po’ più di conoscenza di questo mondo ma io ero molto
imbarazzata e in soggezione e mi chiedevo come mi sarei comportata al suo
cospetto. Invece lui mi ha messa subito a mio agio, addirittura mi chiedeva
scusa se mi urtava passando attraverso una porta che dovevamo attraversare
insieme, perché lui portava degli occhiali di scena con delle lenti molto
spesse e quindi vedeva poco o niente. Insomma si faceva piccolo piccolo, non ti
rendevi conto che avevi accanto a te quello che lui rappresentava in realtà per
noi pubblico e colleghi. Lui faceva il suo lavoro con molta umiltà, per il
resto era una persona adorabile, molto spiritoso, molto cinico e anche molto
generoso.

(foto di Davide Bonaiti)
Preferisci recitare in ruoli brillanti,
seri o guardi la storia del tuo personaggio?
Io vorrei tanto recitare ruoli brillanti ma
non è nelle mie corde. Mi spiace molto ma io non sono un’attrice comica. Però
se vengo presa in una commedia anche per un ruolo serio che poi fa da contrasto
ad un attore comico, a me va benissimo. Più che la storia del mio personaggio
mi interessa anche la storia nel suo insieme, cioè se riesco a far parte di un
grande progetto anche con un piccolo ruolo e se quel ruolo è importante e
fondamentale, io tocco il cielo con le dita. Parlando di storie, ne approfitto
per parlare del medio metraggio che si intitola: “Le cose che amiamo di Ale”.
E’ stato realizzato tre anni fa e il regista è Thomas Kadman e questa è la
storia di Alessandro Cevenini ed è un medio metraggio divulgativo. Lui ha avuto
la leucemia molto giovane ed essendo una persona estremamente dinamica, che non
amava perdere tempo, si è detto:
“Se questo è capitato a me, c’è una ragione, quindi devo fare qualcosa”.
Si è reso conto che non c’erano, da nessuna parte, spiegazioni per i malati
di leucemia e per le famiglie, perché potessero capire in un linguaggio
semplice di cosa si trattava, anche per le cure. Quindi lui ha iniziato con una
pagina facebook che si chiamava “Beat Leukemia” che poi adesso è diventata
“beat leukemia.org” che non solo da borse di studio per la ricerca contro la
leucemia, ma chi si trova coinvolto in
questa malattia, lì trova aiuto, spiegazioni e sa a chi rivolgersi. Qui
racconta la sua storia, tutto il suo percorso da quando si è ammalato fino a
quando a 26 anni è morto. E’ un film commovente, non è noioso, non è
neanche troppo lungo e io lì sono stata felicissima di far parte di quel
progetto. Quando ho letto il copione ho detto subito si senza neanche pormi il
problema di quando si gira, se sono libera in quel periodo,
perché era scritto stupendamente. E’ stato scritto dal regista Thomas
Kadman che è molto bravo, la
produzione è la “Beat Leukemia” che viene portata avanti dalla famiglia di
Alessandro Cevenini. Questo è uno di quei progetti in cui mi sono messa subito
a disposizione. Io nel medio metraggio faccio la madre e il protagonista è
Francesco Riva che è un attore straordinario e io ho partecipato proprio perché
era grande il progetto.
Ho letto che sei molto apprezzata anche
all’estero. Qual è il segreto del tuo successo artistico?
Non ho un grande successo artistico, ho delle
soddisfazioni, lavoro e ho la fortuna di aver lavorato con dei grandi registi.
Non ci sono segreti, perché è un po’ come per tutti gli attori a parte gli
attori che hanno un talento straordinario per cui quelli hanno veramente un
grande successo artistico. Non c’è neanche da fargli la domanda perché la
loro risposta è scritta nel loro curriculum. Per il resto, bisogna essere
preparati e aver la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto. Questo
è molto importante perché per certe persone sono importanti gli incontri.
Incontri qualcuno per caso, al momento giusto che ti offre il ruolo della tua
vita. Questo è un mestiere fatto di molto lavoro, molto studio ma anche fortuna
o casualità che a volte bisogna prendere in considerazione.
Hai fatto tanti film e la serie tv “Un
posto al sole”. Il teatro ultimamente non ti attira?
Io ho iniziato con il teatro in realtà e le
primissime cose che ho fatto erano teatrali. Ora il teatro è un po’ cambiato,
perché all’epoca si entrava in una compagnia stabile e si stava in un grande
teatro, per cui si lavorava e si viveva. Il teatro che ho conosciuto a Roma era
un teatro in cui mancavano sempre i soldi, si provava per dice giorni anziché
per due mesi e si stava in scena tre giorni se andava bene. Quindi era un
tentativo di fare teatro, più che fare teatro sul serio. Non si riusciva a
vivere di questo, difatti tantissimi attori che vivevano a Roma alla fine
facevano dei monologhi, facevano delle cose poco onerose e si esibivano in
teatri dove poi alla fine andavamo
solo noi addetti ai lavori. Certo che con la costanza alla fine sono riusciti ad
ottenere grandi risultati. Io invece ho avuto la fortuna di poter lavorare nel
cinema e nella televisione, quindi guadagnare in
quel modo e così ho lasciato perdere il teatro. Devo dire però che mi piace
tantissimo il teatro.

Oltre al lavoro curi delle passioni nella
vita?
Si e no, nel senso che lavorando tanto, sono
sempre stata in giro e ho avuto poco tempo per curare le mie passioni, perché
quando uno è in viaggio, comincia delle cose poi le lascia perdere, poi le
ricomincia. La mia grande passione sono gli animali, è una cosa che ho nel
cuore e te la porti dietro e poi quando finalmente andrò in pensione mi occuperò
di qualcos’altro che mi posso portare nella borsetta anziché nella valigia.
Sei di Torino però per lavoro ogni tanto
sei a Roma. Come ricordi l’impatto con la città eterna?
Agli inizi io andavo a Roma da Milano dove
facevo la modella o presentavo trasmissioni e Milano era una città
efficientissima, dinamica che mi piaceva molto. Prendevo l’aereo all’alba
per andare a Roma per dei provini e mi dicevano: “No, il regista è andato a
fare dei sopralluoghi e torna fra tre giorni”. Per cui puoi immaginarti come
fosse il mio rapporto con Roma a quell’epoca. La odiavo, come nella canzone di
Alberto Fortis, quella dedicata ai romani. Dopodiché mi è capitato un lavoro
di nove mesi che era “E’ proibito ballare”, la prima sitcom italiana
(1989, ndr.) prodotta da Pupi e Antonio Avati, con la super visone di Pupi e la
regia di Fabrizio Costa e Cesare Bastelli e lì sono dovuta rimanere nove mesi a
Roma e ho scoperto la bellezza di questa città. Se non le vivi le città a
volte non riesci a carpirne l’essenza, altre appena arrivi capisci l’energia
e ti adatti. Roma no, perché Roma con questa sua fluttuazione continua la vedo
un po’ come un magma che ribolle, la devi vedere e scoprire pian piano,
ascoltare i romani che sono divertentissimi, hanno sempre la battuta pronta,
vedere sorgere il sole, l’alba, i tramonti con questo cielo pazzesco, a parte
le bellezze architettoniche, ma proprio la bellezza naturale. Devi avere o
meglio prenderti il tempo per andare a vedere queste cose, quindi è tutto
l’opposto della frenesia milanese. Anche Milano ha dei posti straordinari ma
sono nascosti dietro a dei muri altissimi. Se non riesci ad entrare in quei
posti lì, non vedi i giardini che ci sono a Milano che sono stupendi, mentre
Roma è tutto alla luce del sole, è grande, è immensa, devi avere il tempo di
andare e godertela. Quindi io Roma l’ho
scoperta dopo, non le prime volte che ci sono andata. Per me Roma è uno dei
posti dove forse andrò a depositare le mie vecchie ossa (risata), perché
mi piacciono moltissimo i romani e quando scendo dal treno o dall’aereo e
sento la battuta romana, mi mette di buon umore. C’ho vissuto a Roma e poi
sono tornata a Torino per ragioni famigliari, ma mi manca Roma e mi mancano
moltissimo i miei amici romani.
La cucina romana ti ha conquistata?
Quando vado a Roma, anche se solo per un
provino, mi prendo il tempo di mangiarmi un bel piatto di pasta alla gricia.
Per un'attrice, Roma rappresenta un punto
di partenza o un punto d’arrivo?
E’ il punto di tutto, perché tutto succede
a Roma, anche quando si gira fuori. Quindi a Roma ci devi andare e a Roma ci
devi stare, perché non è solo un punto d’arrivo. Magari adesso si gira anche
altrove, però tutto succede a Roma e il fatto di vivere a Roma, anche se
immensa, ti permette di incrociare le persone, gli addetti ai lavori anche solo
al bar, ad un semaforo o per strada.